mercoledì 25 luglio 2018

Le Artiglierie del Regio Esercito al Forte Bramafam

#riceviamo&pubblichiamo dal Forte Bramafam:

Dall’agosto 2015, da quando ci fu posta la domanda se eravamo disponibili ad ospitare altro materiale d’artiglieria a Forte Bramafam, ha preso corpo il progetto di realizzare una mostra che narrasse l’evoluzione delle artiglierie del Regio Esercito. E’ stato un lavoro lungo e impegnativo, si è dovuto ricostruire il Magazzino d’artiglieria ridotto ai soli muri perimetrali dopo le demolizioni della fine degli anni Sessanta del Novecento, attuate per recuperare materiali da ostruzione per uso pubblico a Bardonecchia, ma come è nostra consuetudine non ci siamo tirati indietro. Un progetto impegnativo che è stato reso possibile grazie ai contributi della Compagnia di San Paolo, nonché della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e della Fondazione Magnetto.
Il Magazzino artiglieria dopo il recupero si presenta nel suo interno con un’infilata di locali, che si susseguono dalla sesta alla terza campata, caratterizzata dalle grandi arcate in muratura delle strutture portanti originarie.
Un’area di circa 600 metri quadri dove sono schierati quarantacinque pezzi di artiglieria di piccolo e medio calibro che narrano l’evoluzione dell’artiglieria del Regio Esercito dalla fine dell’Ottocento sino alla Seconda Guerra Mondiale. Una raccolta proveniente dal Museo Storico Nazionale d’Artiglieria di Torino che potrà essere vista nel suo sviluppo temporale dal cannone da montagna da 75 BR ret impiegato nella battaglia d’Adua, del 1° marzo 1896, all’imponente cannone da Corpo d’Armata da 152/45, la stessa bocca da fuoco che armava nella Prima Guerra Mondiale le corazzate della classe Caio Duilio. Poi la bombarda da 400 del Duca d’Aosta, con un susseguirsi di bocche da fuoco tra cannoni e obici tra le due guerre mondiali. Un’infilata di storia di bronzo e acciaio, eventi da ricordare e da non dimenticare, in alcuni casi da non ripetere.
Nella terza campata, oltre alle artiglierie antiaeree, in tre vetrine si susseguirà l’evoluzione delle mitragliatrici del Regio Esercito con sedici distinte armi dalla Gardner del 1886 sino alla Breda del 1937. Di rimando in una vetrina a sé stante diciannove armi automatiche individuali narreranno la loro evoluzione dalla Villar Perosa, all’intera evoluzione dei M.A.B. sino alla TZ 45.
Il viaggio nel tempo prosegue all’interno del forte, dove attraverso trentotto sale viene raccontata la storia del Regno d’Italia tra Ottocento e Novecento, accompagnati da 160 manichini che indossano uniformi originali, da oltre 2000 tra documenti e oggetti esposti. Una collezione costantemente aggiornata con i nuovi arrivi che tutti gli anni la vengono ad arricchire. 
Una storia che non è mai noiosa e che trasporta il visitatore molto spesso nel passato.

Nel 2018 Forte Bramafam sarà visitabile con il seguente programma di aperture.
  • Luglio: i sabati e le domeniche: 21, 22, 28 e 29
  • Agosto: tutti i giorni da mercoledì 1 sino a venerdì 31
  • Settembre: tutti i sabati e le domeniche: 1, 2, 8, 9, 15, 16, 22, 23, 29 e 30
  • Ottobre: tutti i sabati e le domeniche 6, 7, 13, 14, 20, 21, 27 e 28
Orari di apertura: 10.00 - 18.30 Ultimo ingresso ore 17.00
 
Per informazioni: 39 333 6020192, 39 339 2227228
e-mail: info@fortebramafam.it
www.fortebramafam.it - www.facebook.com/museofortebramafam 


mercoledì 11 luglio 2018

La dorsale tra Val Germanasca e Val Pellice (Prali)


L’esercito italiano, per agevolare gli spostamenti di uomini e mezzi, aveva realizzato tra fine ‘800 e inizio ‘900 una lunghissima mulattiera che parte dal ricovero di Rocca Bianca, a monte delle cave di marmo, e prosegue a mezza costa, con un percorso praticamente pianeggiante, passando vicino al lago d’Envie e arrivando alla conca dei Tredici Laghi. Da qui poi, attraverso numerosi valichi, la mulattiera percorre in quota tutta la cresta spartiacque tra l’alta Val Germanasca (Prali) e la Val Pellice (Bobbio Pellice), fino ad arrivare al Passo della Gran Guglia e al Caposaldo Abries.
Questo tracciato è collegato al fondovalle di Prali attraverso altre mulattiere, che risalgono dal Vallone delle Miniere e dal Pian Littorio, permettendo all’escursionista diverse varianti per la discesa a seconda del tempo a disposizione, delle condizioni meteo e dell’allenamento fisico. Lungo il percorso, agevole e molto panoramico, si trovano i resti di postazioni, ricoveri e baraccamenti militari, per la maggior parte già abbandonati durante l’ultima guerra.
La prima struttura si incontra nella conca denominata Clapoû (2.237 m), appena superata la Costa Belvedere dopo i Tredici Laghi. Il “Ricovero Clapus” (così è chiamato nelle vecchie carte IGM) è realizzato completamente in pietra e controllava l’accesso al Colle Rousset, che porta in Val Pellice. Le condizioni dell’edificio fanno pensare che abbia subìto (come molti altri di quell’epoca) un lavoro di smantellamento, in quanto non vi sono più nemmeno i resti delle travature in legno e dei serramenti, mentre le lose che coprivano il tetto sono sistemate in ordine a fianco della struttura, pronte per essere trasportate altrove. Una mappa di fine ‘700 indica in questa zona la presenza di un corpo di guardia: non è da escludere che per la realizzazione dell’attuale struttura siano stati riutilizzati i resti di qualche fabbricato più antico.
La mulattiera prosegue arrivando al Colle Giulian (2.457 m), valico utilizzato da secoli per le comunicazioni tra le due vallate e, per questo motivo, spesso presidiato da soldati. Nulla rimane degli antichi trinceramenti che qui erano stati realizzati alla fine del ‘600, durante il “Glorioso Rimpatrio” dei Valdesi, e poi di nuovo alla fine del ‘700, quando si temeva un attacco da parte della Francia rivoluzionaria. Ma sulla cima del Monte Peigrò (2.712 m), che domina il colle a est, ci sono ancora i resti di cinque ampi terrazzamenti, disposti su quote diverse.



Il percorso a questo punto passa dal versante di Prali a quello di Bobbio Pellice: sulla sinistra del sentiero, ai piedi del Monte Giulian, si trovano i ruderi di un vecchio baraccamento militare, già abbandonato durante l'ultima guerra e ormai raso al suolo. L'assenza fra le macerie di lose del tetto e travature in legno fa pensare che la struttura, suddivisa internamente in cinque locali, sia stata smantellata e non semplicemente abbandonata; pochi residui di cemento segnalano che doveva essere intonacata. Nei pressi si trovano i resti di una vasca per la raccolta dell’acqua.

Sul versante opposto, non visibile dal sentiero ma raggiungibile in pochi minuti attraversando il crinale e scendendo un poco dal versante di Prali, vi sono i resti del ricovero del Col Giulian, realizzato alla fine dell‘800 con la stessa tipologia delle strutture presenti al Passo della Cialancia e al Passo Roux: pianta quadrangolare con l’aggiunta di un vano su mezzo lato, muratura in pietrame e tetto a due falde in tegole e lamiera, internamente suddiviso in due locali con soppalco. L’edificio, che presenta murature ancora parzialmente integre, era indicato nelle cartografie degli anni ’39-’40 come ricovero VI, atto ad ospitare 15 uomini e dotato di due mitragliatrici. Nel 1940, al fine di “evitare che eventuali successi avversari in una delle valli Pellice e Germanasca possano essere ampliati attraverso la dorsale che separa le valli”, si ritenne conveniente “dislocare, in corrispondenza del Col Giulian, elementi mobili consistenti”. A tale scopo fu prevista la trasformazione e ampliamento della struttura in una “casermetta difensiva” per 120 soldati, con un costo preventivato di ben 800.000 lire; i lavori si limitarono però alla realizzazione della piazzola, mentre nei dintorni restano le tracce di una buca nel terreno di circa due metri per tre, di difficile interpretazione. Si propose in seguito di spostare l’edificio sul versante della Val Pellice “per evidenti considerazioni di carattere operativo”.

Proseguendo, la mulattiera sale con alcuni tornanti ai piedi della Punta Chiarlera o Chiarlea (2.585 m), splendido punto panoramico sulle due vallate e, proprio per questo motivo, luogo privilegiato per osservatori di guardia allo scoperto. Sulla dorsale tra la punta e il sottostante Passo Dar Loup (2.532 m) sono anche presenti varie postazioni per mortai, realizzate con muretti a secco di sostegno al riparo della cresta e rivolte verso il confine francese, delimitato dalla Gran Guglia, dal Colle Abries e dal Gran Queyron, che da qui sono ben visibili.

Si scende quindi al Passo di Brard (2.454 m), da cui un vecchio sentiero, realizzato nel 1932 da un distaccamento di 50 uomini del genio, permetteva di continuare sul versante della Val Pellice, fino alla Punta Fiunira. Questo sentiero risulta oggi in pessime condizioni ed è parzialmente crollato, per cui se ne sconsiglia vivamente la percorrenza. Poco a sud del Passo di Brard sono ancora presenti delle camere da mina, utili a impedire il passaggio in caso di necessità.

Conviene invece seguire la mulattiera dal lato della Val Germanasca, la quale dopo un centinaio di metri incontra il sentiero che sale dal Vallone delle Miniere. Se si scende di quota per qualche minuto da questa parte, si incontra un pianoro in cui sono scavate una serie di fosse quadrate, rivestite in pietra a secco, e alcune piazzole, destinate probabilmente anch’esse a qualche struttura militare. 



La mulattiera principale, con alcuni saliscendi dovuti all’orografia del luogo, risale invece alla Colletta Viafiorcia (2.530 m), dove si diparte un’altra mulattiera militare che, con numerosi tornanti, scende a Pian Littorio. Al riparo della cresta sono individuabili i resti di un piccolo ricovero e di alcune piazzole. Questo tracciato, realizzato nel 1940, prosegue raggiungendo la località Piani di San Giacomo, da cui è possibile salire al Colletto della Gran Guglia, dove si trovano alcune strutture realizzate negli anni ’30 e ’40 del ‘900 nell’ambito del Caposaldo Abries

Dai Piani di San Giacomo parte un’altra mulattiera che permette di giungere ai ruderi di alcuni baraccamenti militari, realizzati probabilmente a fine ‘800 proprio sul crinale tra Val Pellice e Val Germanasca. Nonostante un rapporto dei servizi segreti francesi rilevasse che nel 1924 questi edifici fossero stati sistemati, gli stessi risultano indicati nelle mappe come abbandonati e in rovina alla fine degli anni ‘30. In vetta alla Punta Cerisira si trova il cosiddetto Baraccone di San Giacomo, una grossa caserma originariamente a due piani, di forma quadrangolare, con un altro corpo di fabbrica più piccolo e più basso addossato sul lato nord-est, che sembrerebbe essere stato fatto in un secondo tempo rispetto a quello principale. Questo edificio contiene due locali di dimensioni compatibili con WC o sgabuzzini e un terzo più grande che sembra non avere una vera porta, cosa che potrebbe fare pensare ad una stalla per i muli. Il corpo di fabbrica principale è composto dal piano terra, suddiviso in quattro vasti locali, e da un sottotetto molto ampio. Una canna fumaria installata murando una feritoia preesistente fa immaginare che il ricovero sia nato per un uso estivo e poi sia stato potenziato successivamente. Non si vedono tracce di scale in muratura che portino al sottotetto: potrebbe esserci stata una scala in legno interna e/o un passaggio esterno, viste le aperture delle dimensioni di una porta presenti all’altezza del sottotetto. La mancanza totale di residui di travi o altro legname fa pensare che l’edificio non sia stato abbandonato ma smantellato. Sui resti di intonaco rimasti sulle pareti si leggono alcune scritte, date e disegni. Durante la seconda guerra mondiale era in progetto la ristrutturazione o sostituzione dell’edificio con un ricovero (denominato “VII”) da 12 o 15 uomini, armato con due mitragliatrici. Ai suoi lati avrebbero dovuto sorgere due opere piccole tipo 15000, la n. 8/d a sud e la n. 8/e a nord, al fine di “rendere più solido il pilastro meridionale della posizione di resistenza in Val Germanasca e per dare un appoggio agli elementi mobili destinati per la difesa della bretella” tra il 1° e il 2° sistema (cioè Colle Abries e Bout du Col).
Proseguendo lungo la mulattiera si raggiungono i baraccamenti Fiunira, ubicati poco al di sotto dell'omonima cima. I due edifici sono ormai quasi rasi al suolo, restano solo alcune porzioni di muretti verticali e di un’intercapedine addossata al terreno. Poco oltre, sulla cresta che si affaccia sulla Val Pellice in direzione sud-est, in località Aparé di Brard, si trovano i pochi resti di un altro ricovero a pianta rettangolare. Secondo fonti dei servizi segreti francesi, nel 1932 era presente anche un osservatorio sulla vicina Punta La Bruna.
 



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Lo spartiacque tra Val Germanasca e Val Pellice

Caserme e ricoveri nella conca dei Tredici Laghi (Prali)


La conca dei Tredici Laghi ospita numerose strutture militari, le più importanti delle quali sono i Ricoveri Perrucchetti, costruiti tra il 1888 e i primi anni del '900 nell'ampio pianoro intorno al Lago della Draja e dedicati a Giuseppe Domenico Perrucchetti, uno dei fondatori del corpo degli Alpini. Complessivamente i ricoveri “ufficiali” erano otto. I primi che si incontrano lungo il sentiero che arriva dal Bric Rond sono i numeri 1 e 2: realizzati entrambi nel 1888/89 in muratura in pietrame e malta, il primo era strutturato su due piani (quello superiore soppalcato) e aveva un tetto piano Hausle, per una superficie complessiva di 228 mq; il secondo invece, simile nelle dimensioni, aveva però un solo piano e una copertura con tetto a due falde. Nei pressi dei due edifici se ne trova un terzo, molto più piccolo (un solo vano) e non intonacato, definito nella documentazione d’epoca come “Ricoverino aperto alli viandanti”.
Su una collinetta a sinistra si trovano i ricoveri n. 3 e n. 4: coevi dei precedenti, il primo era destinato esclusivamente agli ufficiali; entrambi avevano due piani e tetto piano, per una superficie rispettivamente di 107 e 155 mq. A destra, su un modesto rilievo da cui si domina il fondovalle, si trova il ricovero n. 5: composto da un solo locale, presentava su un lato una muratura tondeggiante sporgente dal corpo principale, destinata a punto di osservazione sul vallone sottostante. Proseguendo verso su-ovest si passa accanto ai ruderi di alcune strutture addossate al terreno, che probabilmente fungevano da depositi e magazzini.
Si giunge quindi al ricovero n. 6, che in origine aveva due piani (il secondo soppalcato) e tetto a due falde coperto con lastre di pietra, con alcuni locali aggiunti successivamente. Oggi del corpo principale della struttura restano solo poche parti delle murature, tranne una porzione ancora in piedi a cui è stato rifatto il tetto. Su una parete è presente una targa in pietra che reca incisa la scritta: “3° REGGIMENTO ALPINI - RICOVERO N. 6 - 1890 / 1909”. Alcuni anni fa, in una parte dell’area occupata dall’edificio era stato realizzato un bivacco in legno per gli escursionisti. Poco più avanti si trova il ricovero n. 8, una modesta struttura intonacata di forma pressoché cubica, composta da un solo locale di circa 20 mq. Sul lato opposto del Lago La Draja fa bella mostra di sé il ricovero n. 7, il più grande di tutti (868 mq): strutturato su due piani, aveva porte e finestre in legno rivestite di lamiera e poteva ospitare 250 uomini tra soldati e ufficiali. Il tetto piano è ancora in discrete condizioni. All’ingresso, su una lapide in marmo si legge: “RICOVERO N. 7 - ANNO 1900 - QUOTA 2386”.
In prossimità dei ricoveri si trova anche un cippo segnaletico, che riporta i tempi e la direzione per raggiungere il “Passo Rous”, la “Porta Cialancia” e il “Ricovero aperto”. Inoltre, su tutto il pianoro sono presenti molte incisioni su pietre e rocce, fatte dai soldati che hanno presidiato la conca dei Tredici Laghi, che riportano indicazioni dei reparti, nomi propri, date, ecc.. Una carta del 1902 mostra che la zona dei Tredici Laghi era collegata a Perrero tramite una linea telefonica permanente militare, che passava da Rocca Bianca e Malzas.
Tra gli anni ’20 gli anni ’30 i ricoveri vennero risistemati dai militari del 3° Reggimento Alpini, i quali realizzarono anche una serie di altre strutture, in quanto la zona dei Tredici Laghi fu utilizzata come punto di raccolta dei reparti e appoggio logistico alla difesa mobile effettuata durante la Seconda Guerra Mondiale dalla 149° batteria d'artiglieria della G.a.F., che aveva come obiettivo il Colle d'Abries.
Da un confronto con una cartolina di fine ‘800, dove mancano ancora i ricoveri n. 7 e n. 8, si nota anche che alcune strutture (i ricoveri n. 1, n. 3 e n. 4) avevano una forma diversa rispetto a quella attuale, ovvero un solo piano e tetto a due falde (come i ricoveri n. 2 e n. 6), per cui questi edifici sono stati sicuramente rimaneggiati successivamente, in modo analogo a quanto avvenuto per i ricoveri di Rocca Bianca e dei laghi dell’Albergian. Oggi le strutture sono danneggiate e pericolanti, da visitare con cautela. Occorre tener presente che, quando sono stati costruiti, non solo non esistevano mezzi meccanici per arrivare a quelle quote, ma non esisteva neanche la strada carrozzabile che oggi arriva a Prali e che sarebbe stata costruita solo nei primi decenni del '900.

Sui colli e le creste che circondano la conca dei Tredici Laghi si trovano altri ricoveri militari costruiti nel 1889 dal 3° Reggimento Alpini. Quelli del Passo della Cialancia e del Passo Roux avevano la stessa tipologia: una struttura quadrangolare con l’aggiunta di un vano su mezzo lato, muratura in pietrame e tetto a due falde in tegole e lamiera, internamente suddivisa in due locali con soppalco. Lo stesso modello fu usato anche per il ricovero del Colle Giulian. Sull’edificio del Passo Roux, intitolato al soldato Alberto Martino, risultavano effettuati dei lavori ancora nel 1938. Oggi di queste strutture restano solo pochi ruderi, collegati da una splendida mulattiera militare che, seguendo il filo di cresta, costituisce un ottimo e facile percorso per gli escursionisti.
Al Bric Rond, presso l’arrivo della seggiovia, si trovano i resti del ricovero del Cappello d’Envie, intitolato al maresciallo Giovanni Balmas. L’edificio era a un solo piano con sette vani e tetto a doppia falda; successivamente fu modificato realizzando un tetto piano (come i Ricoveri Perrucchetti). Altri lavori vennero eseguiti nel 1938. Secondo fonti dei servizi segreti francesi, negli anni Venti vi era in zona anche un altro ricovero, a forma di semicerchio e munito di feritoie, oltre a una polveriera scavata nella roccia a circa 200 metri di distanza.
Il ricovero del Cournourin, presso l’omonimo passo a sud-ovest dei Tredici Laghi, risulta invece in discreto stato di conservazione: le murature sono ancora parzialmente intonacate, con gli angoli esterni in pietra da taglio. L’interno era costituito da un solo locale al pianterreno, più un soppalco abitabile in legno; tramite una serie di feritoie era possibile controllare il vallone che risale al Colle Rousset. Sulla vicina Punta Cournourin si rinvengono alcuni appostamenti protetti da muretti a secco.  


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La zona dei Tredici Laghi - Conca Cialancia (Prali/Perrero)

Vallo Alpino: ricoveri sui colli di confine con la Val Argentera (Prali)


A ridosso dei colli di confine tra l’alta Val Germanasca e l’alta Val Argentera si trovano una serie di caserme e ricoveri, costruiti a scopo difensivo e di controllo del territorio tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Tutte queste strutture si trovano leggermente sotto la cresta, in posizione difficilmente individuabile e con protezioni naturali.


Al Colle di Rodoretto (2.780 m), sullo spartiacque tra l’omonimo vallone e la Valle Lunga, si trova il ricovero V. Addossata alla parete rocciosa appena sotto il valico, la struttura è di forma rettangolare a un solo piano, poteva ospitare 15 soldati ed era dotata di due mitragliatrici. L’interno è suddiviso in quattro vani mentre il tetto, a uno spiovente, pur se realizzato in cemento armato è in gran parte crollato, lasciando sospesi i ferri dell’armatura. A fianco vi sono le latrine. Per agevolare il trasporto di materiale in quota venne progettata anche una teleferica che partiva poco sopra la bergeria di Balma, poi soppressa in quanto “non indispensabile”. Lungo la mulattiera che sale verso il colle, terminata nel 1940, è ancora possibile rinvenire sulla sinistra i resti di un baraccamento militare ormai diruto, collocato in un pianoro a circa 2.530 metri di quota. Realizzato completamente in pietra, non ha più il tetto (restano solo alcune travature) e anche le murature sono molto malridotte, tanto da far pensare che la struttura sia più antica (fine ‘800/inizio ‘900?).

Il ricovero IV si trova al Passo della Longia (2.822 m), che mette in comunicazione l’omonimo vallone a cui si accede da Bout du Col con il Vallone del Gran Miol. Questa casermetta, simile alla precedente, ha però due piani, collegati da una scala esterna, e un’intercapedine tra le camerate e la parete montuosa a cui è addossata. Inoltre, l’ingresso è addirittura preceduto da un porticato, elemento estetico non comune in strutture del genere; il tetto è ancora in buone condizioni. L’edificio poteva ospitare 30 soldati ed era dotato di due fucili mitragliatori. Su un muro è rimasta un’incisione su cui si legge: “Impresa edile Demartini Alessio IEDA Milano Ing. Dellacqua e Santini […] Giudici. Anno 1942. [...]F.”. Nei dintorni si trovano tracce di alcune fosse per la raccolta dell’acqua, postazioni all’aperto e piazzole, mentre scendendo lungo il sentiero verso Prali si notano, sparsi qua e là tra le rocce, resti di brandine e altri rottami metallici. Un documento del 1940 progettava la costruzione di alcune opere su entrambi i lati del valico, e di una mulattiera che saliva da Pomieri.

Infine il ricovero III si trova alle pendici del Gran Queyron, cima di confine con la Francia, a una quota di circa 2.910 m. La struttura è praticamente gemella di quella del Colle della Longia, compreso il porticato all'ingresso. Per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero che sale dalla zona del Fontanone, a monte di Bout du Col; prima di arrivare al ricovero il sentiero attraversa il Passo Frappier (2.891 m), dove si trovano i resti di un baraccamento in pietra, posto proprio sul valico. Date le caratteristiche costruttive e le condizioni attuali, la struttura risale probabilmente alla fine dell’800/inizio del ‘900, come quelle presenti sullo spartiacque con la Val Pellice. Sulla cima del Gran Queyron e della vicina Punta Rasin sono identificabili alcune piccole postazioni e ripari, realizzati con pietra a secco. In una cartografia del 1940 sono indicate due opere da costruire presso il Passo Frappier, oltre a un osservatorio su Punta Rasin.


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Vallo Alpino: caserme e ricoveri sui colli di confine

Ricoveri per il controllo della frontiera con la Francia (Prali)



Salendo verso il Colle d’Abries, dopo Bout du Col la strada attraversa la località Fréiboujo, detta anche “Pian Littorio” durante il periodo fascista. Qui si trovano alcune strutture che risalgono alla prima metà del XX secolo, ma l'uso militare della zona è precedente: sulla “Guida delle Alpi Occidentali” di Martelli e Vaccarone del 1889, edito dal Club Alpino Italiano, si legge: “[…] la strada si divide in due rami che però si ricongiungono nuovamente più lontano nella regione Fraibugia, presso le rovine dell'antico Baraccone ed ai piedi della roccia detta Grande Aiuguille”. 
Effettivamente, nei pressi del bivio per la mulattiera militare che sale verso il Passo di Viafiorcia (realizzata nel 1940 per raggiungere la zona della Gran Guglia e la dorsale con la Val Pellice), leggermente a monte della strada sterrata si possono ancora individuare i ruderi di un edificio in pietra, che a quanto pare era già definito “antico” e “in rovina” alla fine dell’800. Nella “Carta degli Stati Sabaudi” del 1852 in tale zona è indicata una costruzione, con accanto una scritta interpretabile come "Rupie di Frai -bouge". Anche la successiva carta IGM del 1881 riporta la presenza di una struttura, definita come “Baracca”. Sul terreno circostante sono inoltre visibili le tracce di alcune piazzole rettangolari, ospitate in avvallamenti naturali appositamente spianati per ospitare tende o baraccamenti. Altre due piazzole si trovano poco sotto, a fianco della strada sterrata. Chissà che non si tratti di qualche resto delle strutture difensive, indicate nelle carte di fine ‘700, realizzate con lo scopo di rallentare un’eventuale offensiva proveniente dalla Francia rivoluzionaria.

Vista da Pian Littorio verso est, dove si trovano la vecchia "baracca", le piazzole e la mulattiera del Passo Viaforcia
I resti della "baracca"
Una delle piazzole

















Sul versante opposto della vallata rispetto a Pian Littorio, in località Fontanone, dove la vecchia mulattiera che passa per il Raccias si congiunge alla pista sterrata che sale da Bout du Col, si trovano i resti di un piccolo fabbricato, che era sede della Milizia Confinaria ed è noto nella toponomastica locale come “la baracco dî prepozé”, la “baracca dei preposti”, intendendo i preposti al controllo delle frontiere. L’edificio, che risale probabilmente alla fine dell’800, è a pianta quadrata, costruito in pietra “quasi” a secco e intonacato sia internamente che esternamente. Si trovava in un punto strategico, in una strettoia che costituiva un passaggio obbligato per i transiti da e verso la Francia attraverso il Col d’Abries. Un rapporto degli anni ’20 giudicava l’edificio “agibile e in buono stato”. Attualmente, il tetto e parte dei muri sono crollati. Poco al di sopra si trovano i resti di una struttura realizzata negli anni '40 nell'ambito del "Vallo Alpino". 




Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico, ci si imbatte in un’altro ricovero, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente anch'esso alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900, in quanto risultava già indicato nelle mappe IGM degli anni ’30 ed era giudicato “agibile e in buono stato” negli anni ‘20. Nei dintorni si trovano resti di strutture realizzate tra gli anni '30 e '40 nell'ambito del "Vallo Alpino".




Pochi sanno che anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, probabilmente coevo dei precedenti, realizzato per il controllo della frontiera con la Francia. Nel 1925 i servizi segreti francesi rilevavano che l’edificio, un semplice monolocale con tetto a due falde, era stato sistemato dagli alpini del 3° reggimento. La struttura venne recuperata tra il 1967 e il 1968 dal CAI Val Germanasca che realizzò un bivacco, successivamente ampliato e trasformato in un vero e proprio rifugio negli anni ’70, poi nuovamente ingrandito negli anni ’80, e infine completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2010.

Il ricovero del Lago Verde dopo la guerra
Il ricovero adattato a bivacco nel 1968


domenica 8 luglio 2018

Le batterie Monte Castello e Podurante e i ricoveri di Rocca Bianca e Punta Midi (Perrero)

La batteria Monte Castello fu realizzata alla fine del XIX secolo (1897-1898) sulla rocca che domina Perrero, a sud-est del capoluogo nei pressi della borgata Eirassa, nello stesso sito dove probabilmente sorgeva l’antico castello del borgo. Era una batteria a ordinamento scoperto, cioè con pezzi in barbetta, sistemati a coppie su piazzole separate da traverse. La piazzaforte disponeva di quattro cannoni in acciaio e bronzo da 9 BR/ret e due mortai da 9 BR/ret, ed era formata dagli alloggiamenti delle truppe, costituiti da baraccamenti a due piani in muratura, da vari magazzini e depositi, dalle latrine e dalla polveriera interrata. Convertita a postazione d'artiglieria nel 1928, la batteria fu trasformata in un deposito munizioni alla fine degli anni Trenta in appoggio alle altre opere dello sbarramento arretrato di Perrero, e infine terminò definitivamente la sua attività nel 1940. Le strutture che la compongono, ancora oggi tutte in buono stato di conservazione e parzialmente utilizzate, fanno parte di una proprietà privata e pertanto risultano difficilmente accessibili. E’ possibile a apprezzare il complesso dalla strada che, dal Ponte Rabbioso, sale verso la borgata Traverse.

Esisteva anche una seconda batteria, denominata Podurante, che si trovava in posizione più elevata, tra le borgate di Traverse e Chiabrano, ed era collegata alla Monte Castello con un telegrafo ottico. Per raggiungerla è sufficiente, dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio della borgata Traverse, percorrere alcune centinaia di metri lungo la pista sterrata che si inoltra nei boschi verso nord-ovest. Questa piazzaforte fu completamente dismessa nel 1928, assieme a buona parte delle fortificazioni tripliciste delle Alpi occidentali, pertanto ne rimangono solo alcuni ruderi nascosti nella vegetazione. Inoltre, un disboscamento avvenuto alcuni anni fa ha permesso a rovi e sterpaglie di invadere l’area occupata dalla struttura, rendendone ulteriormente difficoltoso il riconoscimento. Sono comunque individuabili alcuni depositi e riservette per le munizioni di forma trapezoidale, seminterrati a scopo di protezione in quanto la batteria è completamente allo scoperto, e lunghi fossati e trinceramenti perimetrali, intervallati da alcune postazioni di guardia. L'alloggio per le truppe (70 soldati), che era costituito da un solo baraccamento a un piano in legno, non è più visibile. Nella parte superiore della batteria si trovavano le postazioni per due pezzi d’artiglieria, mentre nella parte inferiore erano ospitati quattro mortai, analoghi a quelli presenti nella Monte Castello. Le varie piazzole erano disposte a gradoni lungo il versante. Una piccola postazione allo scoperto si trova su un promontorio a nord-ovest, da cui si domina la zona circostante verso i valloni di Prali e Massello.

Alla fine dell’800, per impedire l’aggiramento dall’alto delle due suddette batterie, vennero realizzati i ricoveri del Colle Clapier e di Rocca Bianca, che potevano ospitare 120 uomini ciascuno. Il primo si trova a sud-est del colle, poco al di sotto della Punta Midi o Muret: di forma rettangolare, era suddiviso in più vani. Realizzato completamente in pietra, è in pessime condizioni e i ruderi sono in parte stati riutilizzati dai pastori come ricovero. Fonti dei servizi segreti francesi del 1932 segnalavano la presenza di una batteria campale presso la settecentesca ridotta del Raccias, sopra la borgata Maniglia di Perrero (indicazione non confermata da alcuna fonte italiana), e di sei “trune” a sud-est del Col Clapier: qui sono ancora oggi visibili alcuni avvallamenti nel terreno, di cui però non è possibile identificare con certezza l’origine.

Il ricovero di Rocca Bianca si trova proprio ai piedi dell’omonima cima e si presenta ancora parzialmente integro. L’edificio originario, intitolato al sergente Caprioglio, fu rimaneggiato negli anni ’30 del XX secolo, come avvenne per i coevi ricoveri del Cappello d’Envie, dei Tredici Laghi e dei laghi dell’Albergian. Attualmente è composto da due piani, con muri intonacati sia all’esterno che all’interno, tetto piano Hausler incatramato ma per una buona metà crollato, così come alcune delle pareti perimetrali. Il ricovero era collegato telefonicamente fin dai primi anni del ‘900 con la zona dei Tredici Laghi e con Perrero. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’edificio risultava abbandonato, ma è stato utilizzato come ricovero occasionale durante un tentativo di rastrellamento nazista presso le miniere di Sapatlé. Sulla cima di Rocca Bianca si notano i resti di alcuni trinceramenti, realizzati con muretti in pietra a secco lunghi alcune decine di metri.

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I ricoveri del Colle Clapier e di Rocca Bianca (Perrero)

Vallo Alpino: il Caposaldo Abries (Prali)

Il Caposaldo “Abries” era il principale sbarramento sul quale si incentrava la difesa della Val Germanasca, in quanto l’omonimo colle costituiva l’unica via d'accesso praticabile da truppe francesi per superare il confine. Lo studio del Genio militare di Torino del 1938 prevedeva la costruzione di ben 11 centri di fuoco, oltre a due ricoveri per truppe. I lavori iniziarono nello stesso anno e furono affidati all'impresa Bartoni. Alla fine del 1938 erano ufficialmente terminati gli scavi delle opere 2, 3, 6 e del ricovero I. L’anno successivo iniziarono i lavori anche per le altre strutture, ma furono presto sospesi, in quanto lo Stato Maggiore comunicò al Genio di Torino che stava rivedendo tutta la struttura difensiva della zona. Alla fine del 1939 risultavano stesi i reticolati di filo spinato da sotto il Colletto Gran Guglia fino al Col d’Abries Vecchio.

All'inizio del 1940 fu compilato un progetto di massima per adeguare alla circolare 15000 le opere progettate per le quali erano stati eseguiti solamente gli scavi, “considerato che l'organizzazione difensiva sulla linea di confine può essere sottoposta all'azione di artiglieria di medio calibro, e che il Colle di Abries costituisce una linea di penetrazione di una certa importanza”. Al momento dello scoppio del conflitto con la Francia, nel giugno del 1940, le opere difensive del Colle d'Abries erano senza impianti interni, senza armamenti e di conseguenza non presidiate dai soldati. A settembre risultavano quasi completate le opere 2, 3 e 6, l’opera 4 era invece ancora in costruzione, mentre delle opere 5, 7 e 8 erano appena iniziati gli scavi. Risultavano in corso anche i lavori per il ricovero VIII (Gran Guglia), mentre erano terminati il ricovero I e la mulattiera che saliva da Pian Littorio passando dai Piani di San Giacomo, compresa la diramazione per Punta Cerisira.

Tutte queste opere non si sono salvate dalle regole imposte dal Trattato di pace del 1947 e sono state fatte saltare nel 1948, tanto che attualmente risulta in alcuni casi addirittura difficile la loro rilevazione sul terreno. I segnali che possono aiutare l'escursionista, che risale il sentiero verso il Colle d'Abries, a individuare i blocchi frantumati delle opere difensive della zona, sono il filo spinato abbandonato sul terreno nelle vicinanze dei bunker e le piastre metalliche delle feritoie per le mitragliatrici, scagliate a parecchi metri di distanza in seguito all'esplosione distruttiva.



L’opera 3 si trova a nord-est del Colle d’Abries, a quota 2.450 m, a destra della pista per il Lago Verde poco dopo il guado sul torrente. La sua individuazione è facilitata dalla presenza di materiale roccioso di scavo sparso lungo il versante, e di grossi blocchi di cemento frantumati nel pianoro sovrastante, dove si trovano anche una piccola vasca e alcune piazzole. Era dotata di tre armi con il compito di battere il terreno compreso fra il Colle d’Abries e il fondovalle. L’ingresso, molto difficoltoso e decisamente sconsigliato, è possibile attraverso i resti di una postazione per arma. All’interno, una lunga scala (di cui si sono conservati i corrimano in legno!) scende nelle viscere della montagna, per poi dividersi in vari corridoi, tutti rivestiti di cemento e ingombri di rottami metallici. Nelle vicinanze di uno dei vecchi ingressi sono visibili i resti di un piccolo ricovero (denominato B2 dallo scrivente), posto al riparo di una sporgenza rocciosa.

Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico ci si imbatte in un’altro ricovero (B1), di dimensioni maggiori rispetto al precedente, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900. Nei pressi si trovano alcune piazzole e postazioni all’aperto, i resti di una linea di filo spinato e i monconi di diversi tralicci, segno che probabilmente vi era una linea di comunicazione che collegava questa zona al fondovalle.

Circa 500 metri a nord-est del Colle d’Abries Vecchio, ai piedi delle pareti rocciose che scendono dalla Punta Rasin, si trovano i resti dell’opera 2, realizzata in caverna e dotata di due armi con il compito di battere il valico con la Francia. I blocchi esterni sono stati sbriciolati con la demolizione e risultano quasi completamente coperti dai detriti rocciosi che cadono dal versante superiore. Giunti al Colle d’Abries Vecchio si scorgono, addossati alle rocce sulla destra, i resti di un appostamento (denominato P25 dallo scrivente) che, oltre a essere protetto da muri di pietra, sfrutta alcuni scavi realizzati nella parete rocciosa retrostante: probabilmente si tratta di lavori effettuati per l’opera 1, che una carta militare del 1940 indica da costruire in questa zona. Seguendo la cresta verso sud, si notano sul versante italiano alcune piazzole, una postazione all’aperto (P24) e una trincea a “L” ancora ben conservata. Più avanti, sul lato francese, si rinvengono numerose putrelle, travi e piastre in ferro, mischiate a detriti rocciosi, forse i resti di una postazione coperta avanzata.

L’opera 6 è situata su una specie di “prua” rocciosa, sulla dorsale che divide tale valico da quello del Colle di Valpreveyre. Realizzata completamente in caverna, disponeva di tre armi in casamatta per battere il crinale di confine e il vallone del Lago Verde. La sua individuazione non è semplice: occorre notare alcuni grossi blocchi di cemento e piastre metalliche sparsi lungo il versante che scende dal Colle d’Abries, come conseguenza della demolizione avvenuta dopo la guerra. L’accesso alle parti sotterranee, che risulta attualmente difficoltoso (e anche pericoloso), può avvenire dal versante opposto, attraverso una fenditura posta ai piedi di una parete rocciosa. Dopo una rischiosa discesa lungo un tunnel pieno di detriti, si raggiunge uno stanzone con diversi vani, resti di ferri e di un lavandino. Fuori, appena a valle della struttura, si trovano i resti di alcune baracche e di una piccola vasca di forma cubica per la raccolta dell’acqua piovana.



Salendo verso il Colle di Valpreveyre, si possono notare lungo il sentiero i resti di varie piazzole, ricoveri, postazioni e terrazzamenti (B8, B9, B10) con muri di sostegno in pietra, mentre arrivando nei pressi del valico sono individuabili altre piazzole (B7), poste in posizione riparata appena al di sotto dello spartiacque sul lato italiano. Giunti sulla linea di confine con la Francia, a nord, tra il Colle di Valpreveyre e quello di Abries, si trovano una serie di postazioni allo scoperto (P23), realizzate in posizione dominante con semplici muretti a secco, oltre a matasse di filo spinato. A sud, resti di altri appostamenti e piccoli trinceramenti (P20, P21, P22) sempre in pietra a secco, che proseguono lungo il crinale verso il Passo Bucie.

Praticamente di fronte all’opera 3, in un pianoro sul versante opposto, si trovano i resti dell’opera 4, che era realizzata quasi completamente fuori terra; si possono quindi apprezzare la pianta della struttura, di forma quadrata, e lo spessore dei muri di cemento di cui era composta. Essa era dotata di tre armi e di condotto per il fotofono, per permettere le comunicazioni con le altre opere circostanti. Nei pressi dell’opera 4 si trovano numerosi scavi, terrazzamenti, postazioni all’aperto (P2, P3) e una baracca (B3) con quel che rimane di una cucina. Poco più a monte, lungo il sentiero per il Lago Verde, si trovano tre piccoli appostamenti allo scoperto, collegati tra loro da una trincea (P4), mentre sul terreno circostante è possibile rinvenire grandi quantità di filo spinato, oltre a piastre metalliche e altri ferri vari, più o meno contorti, che emergono tra l’erba e le rocce. Anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, realizzato probabilmente tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 per il controllo della frontiera. 


Tutto il crinale a nord del rifugio che, scendendo a ovest della Gran Guglia, “racchiude” la conca del Lago Verde, è letteralmente costellato di postazioni allo scoperto (ce ne sono almeno nove), realizzate con semplici muretti a secco, oltre ad alcune piazzole e resti di baracche situate in posizioni riparate in avvallamenti dietro il versante. Si tratta di appostamenti che disponevano di un’ottima visuale e campo di tiro aperto su eventuali truppe che avessero cercato di oltrepassare il confine. Alcune (come la P7 e la P5) sono più strutturate, con muraglie e feritoie per le armi, altre sono semplici ripari sul terreno, schermati da un po’ di pietre sovrapposte alla bell’e meglio. Poco al di sotto della postazione P5, su, si rinviene anche un cumulo di detriti derivanti dagli scavi per l’opera 7, iniziata nel 1939 ma mai completata. Nessuna traccia si è invece rilevata dell’opera 8, che avrebbe dovuto sorgere alle pendici ovest della Gran Guglia, i cui scavi venivano indicati come “iniziati” nel 1940; così come dell’opera 5, anch’essa teoricamente già in costruzione lungo il sentiero per il Colle d’Abries, tra le opere 3 e 6.

Al Colletto della Gran Guglia si trovano un appostamento (P17) in pietra a secco e, sul lato opposto, il ricovero VIII, realizzato in cemento armato e ancora in buone condizioni: strutturato su due piani, è dotato di un corridoio che ne percorre tutta la lunghezza dal lato verso la montagna, con lo scopo di creare un’intercapedine tra il terreno e l’edificio per migliorarne la salubrità. Poteva ospitare 20 soldati. A fianco della casermetta si trovano le latrine, mentre se si prosegue lungo un sentiero (oggi in buona parte franato) che costeggia la parete rocciosa verso sud si raggiunge un osservatorio all’aperto (P18), posto proprio sulla cresta con vista dominante su tutta la conca del Lago Verde. Il sentiero continuava fino alla dorsale con la Val Pellice, dove già le carte di inizio ‘900 indicavano la presenza di una “vedetta diroccata”. In questa zona vennero previste varie opere tipo 15000 per rinforzare il caposaldo: l’opera 8/a, di media grandezza dotata di tre armi, e le opere piccole 8/b e 8/c (quest’ultima presso il Buciret). Scendendo lungo la mulattiera verso il Colletto Viafiorcia, su uno sperone da cui si vede il fondovalle fino a Bout du Col si trova un traliccio metallico che regge una campana, utilizzata durante la guerra per segnalare l'arrivo degli aerei, che oggi è dedicata ai caduti della Giovane Montagna. Più in basso, sulla sinistra appena dopo il bivio con il sentiero per il Baraccone di San Giacomo, si incontra una postazione all’aperto (P19).

La linea difensiva del caposaldo era completata dal ricovero I per 40 uomini, posto in posizione riparata contro lo sperone roccioso che scende dalla Gran Guglia a nord-ovest. Tale struttura, conosciuta localmente con il nome di “Arsenale”, era formata da una parte in caverna a forma di “U” (ancora accessibile), destinata al ricovero dei soldati, e una parte frontale (oggi completamente crollata) dove erano sistemati i servizi più indispensabili quali la cucina, il deposito viveri e acqua, il ripostiglio della legna, le latrine, il lavatoio e un locale magazzino. Per favorire la naturale ventilazione del ricovero, l'imbocco in galleria era posto a differente quota, pertanto il pavimento ha una pendenza verso il punto più basso del 4%. Ma il giudizio dell'Ispettore del Genio fu molto critico: “La pianta dell'opera non é felice sia nei riguardi della ventilazione, sia per quelli dell'adattamento al terreno. Sarebbe stato preferibile sviluppare la casermetta in senso longitudinale, dando alle camerate aria e luce diretta: per la salubrità dei dormitori era conveniente altresì prevedere un'intercapedine. Il ricovero era probabilmente collegato a Pian Littorio con una teleferica, utilizzata per portare in quota materiale, di cui restano ancora oggi due basamenti in cemento nei pressi del guado con cui la pista sterrata attraversa il torrente, tra le opere 3 e 4. Nei dintorni del ricovero, in posizione dominante sulla strada che sale da Bout du Col, si trova una postazione allo scoperto (P14), oltre ad alcuni resti di baracche e piazzole (B5).


Nella piccola conca a nord-est dell’“Arsenale”, più arretrata rispetto al confine, si trovano numerosi terrazzamenti e piazzole, posti in un pianoro riparato: qui una carta del 1939 individuava la presenza di una batteria di due mortai da 81. Sulle alture circostanti a nord vi sono alcuni appostamenti all’aperto (P15, P16), composti da semplici avvallamenti nel terreno protetti da muretti a secco; leggermente più a est, sulla cresta che sovrasta la zona di Pian Littorio si trova invece un grande scavo circolare destinato all’opera 9. Ma le strutture più interessanti sono una serie di postazioni coperte, dotate di feritoie e collegate tra loro da un trinceramento anch’esso coperto, con il compito di battere la strada che scende verso il fondovalle. La copertura era sorretta da travi in ferro e legno e poi rivestita di terra, mentre le murature erano realizzate con pietre e sacchi di cemento. Una delle postazioni è ancora completamente integra e accessibile, compreso il basamento per mitragliatrice, mentre le altre e la trincea sono quasi interamente crollate. In questa zona, secondo i progetti dei militari, sarebbe dovuta sorgere l’opera 10: è possibile che si sia deciso di sostituire il bunker con queste strutture, decisamente più semplici ed economiche.

 
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Vallo Alpino: Caposaldo Abries (Prali)

Vallo Alpino: il Caposaldo Bout du Col (Prali)



Il Caposaldo "Bout du Col" fu realizzato nel 1939 ed era formato da sette opere tipo 7000 in monoblocco, armate ciascuna con una mitragliatrice, ancora tutte ben conservate e facilmente accessibili: tre si trovano nei pressi del lago, due in località Clot di Roccias e altre due nel Vallone delle Miniere. Il compito di questa linea del 2° sistema difensivo era quello di fermare eventuali infiltrazioni che fossero riuscite a superare la linea del Col d'Abries. Nel 1940 lo sbarramento venne reputato “debole ed aggirabile”, per cui furono previsti vari lavori di adeguamento, tra cui la costruzione di 3 opere medie tipo 15000 in caverna e un osservatorio a Punta Cianagli, per un costo totale di 10.767.000 lire. Due di queste (16/a e 18/a) furono iniziate ma mai completate, mentre della terza (13/a) non si sono per ora rilevate tracce.
Il pianoro di Bout du Col era collegato con una grossa teleferica militare alla località Fréiboujo, che fu ridenominata “Pian Littorio” durante il ventennio fascista, da dove poi si potevano raggiungere le postazioni più avanzate. La stazione di partenza, situata tra l’attuale bergeria e il lago, è completamente scomparsa e si possono solo più scorgere alcuni tracce di muri affioranti dal terreno, mentre sono ancora ben visibili alcuni basamenti dei cavalletti della teleferica, sia sul bordo del lago che nei prati più a monte. La struttura era azionata ad acqua: un acquedotto a monte di Fréiboujo trasportava l'acqua alla stazione di arrivo della teleferica, dove veniva messa nelle benne discendenti che per gravità scendevano a valle, consentendo di far risalire un peso corrispondente. Benché fosse ufficialmente definita una teleferica “portaferiti”, che avrebbe dovuto servire a evacuare rapidamente i feriti in caso di combattimento in zona, non risulta sia mai stata utilizzata per tale scopo, mentre è stata invece usata per portare a valle militari vittime di assideramenti e, continuamente, per portare in quota uomini, armi e materiali anche per costruire le altre strutture in quota che compongono il Caposaldo Abries.

Come prima accennato, nelle vicinanze del lago di Bout du Col si trovano tre bunker: l’opera 17 è ubicata appena a sud-ovest dello specchio d’acqua, individuabile come una collinetta che emerge dal terreno pianeggiante: il bunker è infatti parzialmente infossato ed è stato ricoperto di terra, al fine di ridurne la visibilità. La struttura, in ottimo stato di conservazione, è accessibile in quanto il muro che era stato fatto per impedirne l’ingresso è parzialmente crollato. L’interno, composto di tre locali, è completamente dipinto di bianco, e vi si trova una postazione per mitragliatrice che batte, quasi rasoterra, in direzione sud.
L’opera 16 si trova invece poco sopra alla cascatella che alimenta il lago, a sinistra della strada che sale verso il Lago Verde. Nei pressi vi è la presa di un piccolo acquedotto. La struttura è mimetizzata con un rivestimento in pietre e zolle, come i bunker dello sbarramento arretrato di Perrero. All’interno si trova la postazione per mitragliatrice e un condotto per un fotofono che permetteva il collegamento con l'opera 17.
Salendo in mezzo al bosco a monte dell’opera 16 troviamo l’opera 14, che ne è praticamente gemella sia esternamente che internamente, salvo il fatto che questa ha due postazioni per mitragliatrici anziché una. E’ inoltre presente il condotto della fotofonica per comunicare con l'opera 18 in località Clot di Roccias, che si trova all’incirca alla stessa quota. Nei progetti originari era prevista anche un’altra opera, la n. 15, in posizione più avanzata, che però non fu mai realizzata, preferendo in compenso spostare leggermente più a monte l’opera 16.




A nord del lago di Bout du Col, al limitare del bosco che risale le pendici del Bric del Serre, si trovano gli scavi dell’opera 16/a. L’accesso avviene scendendo lungo un tunnel in cui bisogna fare molta attenzione, in quanto la scala di legno presente non fornisce molte garanzie di solidità. La struttura è stata solo abbozzata, infatti è scavata interamente nella roccia senza alcun rivestimento e il tunnel si esaurisce dopo poche decine di metri. Concepita come un’opera media resistente ai medi calibri, dotata di due armi e di scorte di viveri e acqua per 15 giorni, poteva accogliere più di 120 uomini tra soldati e ufficiali. 
L’opera 13/a, che presentava le stesse caratteristiche della precedente ma poteva ospitare solo 60 soldati più gli ufficiali, avrebbe dovuto essere realizzata nei pressi di Punta Cianagli, tra Bout du Col e il Vallone delle Miniere. Era inoltre previsto un osservatorio in calcestruzzo accessibile mediante una rampa elicoidale e, all’esterno, una cucina e le latrine. 
L’opera 18/a, che avrebbe dovuto ospitare anche il comando del caposaldo, è quella che è stata portata a uno stadio di avanzamento maggiore. L’accesso alla struttura si trova nelle vicinanze del Germanasca, in prossimità del sentiero che sale a Roccias. Si entra in sotterraneo attraverso 3 ingressi: due sullo stesso piano e uno più in alto. Sono collegati da una galleria non armata in roccia che corre grosso modo parallela al versante della montagna. A un estremo si trasforma in una grande galleria in cemento con volta a botte e altezza/larghezza di 4/5 metri, fatta a “L” con il lato corto verso l’esterno. Verso il fondo del lato lungo c’è un’apertura che accede a una discenderia; verificando solo dall’esterno, sembra che uscisse alcune decine di metri più in basso vicino al Germanasca, attraverso un’apertura che adesso risulta crollata. All’esterno non si notano resti di altre strutture, ad eccezione di alcuni basamenti che verosimilmente erano di una teleferica, in prossimità dei quali è riconoscibile un affossamento del terreno che potrebbe essere dovuto a un cedimento della galleria sottostante, oppure essere quanto resta di un vecchio accesso.

A monte dell’opera 18/a, sul pianoro denominato Clot di Roccias si trovano altri due bunker serie 7000, posizionati sui due lati del sentiero che da Bout du Col sale verso il Col d’Abries passando sulla sinistra orografica della valle: l’opera 18 si trova a sinistra del sentiero, l’opera 19 a destra. Le due strutture sono praticamente identiche tra loro e sono realizzate in modo molto simile all’opera 17, ovvero parzialmente interrate e ricoperte di terreno in modo da sembrare delle collinette. Dotate entrambe di una postazione per mitragliatrice per battere il sentiero in direzione del confine, l’opera 18 era anche predisposta per ospitare una fotofonica di collegamento con l’opera 14, oltre che con la vicina n. 19.
Completano il caposaldo due piccoli bunker situati all'imbocco del Vallone delle Miniere, che si sviluppa a est di Bout du Col.  Essi sbarrano il passaggio sulla mulattiera che risale l'intero vallone in direzione del confine, la quale un tempo poteva avere una relativa importanza in quanto la presenza di ricerche minerarie aveva richiesto la costruzione di una via di accesso molto comoda, almeno per gli standard dell'epoca. L’opera 12 si trova sulla destra orografica poco sopra il sentiero, nel punto in cui questo esce dal bosco e si apre un pianoro erboso; non è facilissima da individuare in quanto è realizzata quasi completamente interrata. All’interno, oltre ad alcuni attrezzi lasciati dai pastori locali, si trova una postazione per mitragliatrice rivolta verso il sentiero. L’opera 13 è situata sull'altro versante, ma a quota maggiore: per accedervi occorre salire in mezzo al bosco in direzione nord. Gemello del precedente, questo bunker è ancor meno visibile in quanto completamente ricoperto di zolle erbose. Per entrare bisogna scendere una scala, che porta alla stanza dove si trovava l’arma. Le due opere comunicavano per mezzo di un fotofono, nonostante oggi sembri impossibile, vista la folta vegetazione circostante.

A Bout du Col vi sono inoltre due ricoveri per le truppe: il primo, ancora in discrete condizioni, risale probabilmente alla fine dell’800, ed è ben visibile a destra della strada che sale da Ribba, appena finisce la salita. Di forma quadrangolare, è realizzato in pietra e intonacata, il tetto è ancora quasi completamente integro; le finestre e la porta d’ingresso sono parzialmente murate. L’altro, costruito tra il 1938 e il 1939, si trova sulla sinistra al riparo della cresta, più o meno alla stessa quota ma nascosto dalla vegetazione. L’edificio ha un solo piano diviso in tre vani e pianta rettangolare, con un muro di contenimento che lo separa del terreno retrostante. Il rivestimento esterno in cemento sta collassando, e attualmente mancano sia il tetto che gli infissi. Questa struttura era utilizzata anche come deposito di materiali e munizioni per la 341° batteria di Ribba, dotata di pezzi da 100/17, che in una cartografia del 1940 è posizionata sul filo di cresta che sale a sinistra della strada arrivando a Bout du Col, dove in effetti sono ancora rilevabili i resti di alcune piazzole.  



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Vallo Alpino: Caposaldo Bout du Col (Prali)