mercoledì 11 luglio 2018

La zona dei Tredici Laghi e di Conca Cialancia (Perrero/Prali)


La conca dei Tredici Laghi ospita numerose strutture militari, le più importanti delle quali sono i Ricoveri Perrucchetti, costruiti tra il 1888 e i primi anni del '900 nell'ampio pianoro intorno al Lago della Draja e dedicati a Giuseppe Domenico Perrucchetti, uno dei fondatori del corpo degli Alpini. Complessivamente i ricoveri “ufficiali” erano otto. I primi che si incontrano lungo il sentiero che arriva dal Bric Rond sono i numeri 1 e 2: realizzati entrambi nel 1888/89 in muratura in pietrame e malta, il primo era strutturato su due piani (quello superiore soppalcato) e aveva un tetto piano Hausle, per una superficie complessiva di 228 mq; il secondo invece, simile nelle dimensioni, aveva però un solo piano e una copertura con tetto a due falde. Nei pressi dei due edifici se ne trova un terzo, molto più piccolo (un solo vano) e non intonacato, definito nella documentazione d’epoca come “Ricoverino aperto alli viandanti”.
Su una collinetta a sinistra si trovano i ricoveri n. 3 e n. 4: coevi dei precedenti, il primo era destinato esclusivamente agli ufficiali; entrambi avevano due piani e tetto piano, per una superficie rispettivamente di 107 e 155 mq. A destra, su un modesto rilievo da cui si domina il fondovalle, si trova il ricovero n. 5: composto da un solo locale, presentava su un lato una muratura tondeggiante sporgente dal corpo principale, destinata a punto di osservazione sul vallone sottostante. Proseguendo verso su-ovest si passa accanto ai ruderi di alcune strutture addossate al terreno, che probabilmente fungevano da depositi e magazzini.
Si giunge quindi al ricovero n. 6, che in origine aveva due piani (il secondo soppalcato) e tetto a due falde coperto con lastre di pietra, con alcuni locali aggiunti successivamente. Oggi del corpo principale della struttura restano solo poche parti delle murature, tranne una porzione ancora in piedi a cui è stato rifatto il tetto. Su una parete è presente una targa in pietra che reca incisa la scritta: “3° REGGIMENTO ALPINI - RICOVERO N. 6 - 1890 / 1909”. Alcuni anni fa, in una parte dell’area occupata dall’edificio era stato realizzato un bivacco in legno per gli escursionisti. Poco più avanti si trova il ricovero n. 8, una modesta struttura intonacata di forma pressoché cubica, composta da un solo locale di circa 20 mq. Sul lato opposto del Lago La Draja fa bella mostra di sé il ricovero n. 7, il più grande di tutti (868 mq): strutturato su due piani, aveva porte e finestre in legno rivestite di lamiera e poteva ospitare 250 uomini tra soldati e ufficiali. Il tetto piano è ancora in discrete condizioni. All’ingresso, su una lapide in marmo si legge: “RICOVERO N. 7 - ANNO 1900 - QUOTA 2386”.
In prossimità dei ricoveri si trova anche un cippo segnaletico, che riporta i tempi e la direzione per raggiungere il “Passo Rous”, la “Porta Cialancia” e il “Ricovero aperto”. Inoltre, su tutto il pianoro sono presenti molte incisioni su pietre e rocce, fatte dai soldati che hanno presidiato la conca dei Tredici Laghi, che riportano indicazioni dei reparti, nomi propri, date, ecc.. Una carta del 1902 mostra che la zona dei Tredici Laghi era collegata a Perrero tramite una linea telefonica permanente militare, che passava da Rocca Bianca e Malzas.
Tra gli anni ’20 gli anni ’30 i ricoveri vennero risistemati dai militari del 3° Reggimento Alpini, in quanto la zona dei Tredici Laghi fu utilizzata come punto di raccolta dei reparti e appoggio logistico alla difesa mobile effettuata durante la Seconda Guerra Mondiale, che aveva come obiettivo il Colle d'Abries. Da un confronto con una cartolina di fine ‘800, dove mancano ancora i ricoveri n. 7 e n. 8, si nota anche che alcune strutture (i ricoveri n. 1, n. 3 e n. 4) avevano una forma diversa rispetto a quella attuale, ovvero un solo piano e tetto a due falde (come i ricoveri n. 2 e n. 6), per cui questi edifici sono stati sicuramente rimaneggiati successivamente, in modo analogo a quanto avvenuto per i ricoveri di Rocca Bianca e dei laghi dell’Albergian. Oggi le strutture sono danneggiate e pericolanti, da visitare con cautela. Occorre tener presente che, quando sono stati costruiti, non solo non esistevano mezzi meccanici per arrivare a quelle quote, ma non esisteva neanche la strada carrozzabile che oggi arriva a Prali e che sarebbe stata costruita solo nei primi decenni del '900.



Salendo di quota lungo la mulattiera verso nord-est, si può raggiungere il lago Ramella o Rametta (2.586 m), conosciuto anche come il “Lago dei cannoni” per la presenza di due cannoni ancora in postazione nelle rispettive piazzole (caso unico in tutto il fronte Alpino Occidentale), posizionate sulla riva ovest dello specchio d’acqua a poche decine di metri l’una dall’altra. Facevano parte della 149ª batteria di artiglieria della G.a.F. (Guardia alla Frontiera), completata nel 1939, che era composta da 4 cannoni da 149/35 ad affusto rigido su ruote. La lunghezza della canna era di 5,82 metri, la gettata massima di tiro 16,5 Km, con cadenza media di un colpo ogni 6 minuti. Un grosso cuneo veniva collocato dietro alle ruote, per contrastare il rinculo provocato dallo sparo. Sui cannoni è ancora possibile leggere molti dati tecnici (peso, ditta costruttrice, ecc.), tra cui l’anno di realizzazione (1916 e 1917): si trattava pertanto di “gloriosi residuati” della guerra 1915-1918. Sulle rive del lago si trovano anche resti delle code d’affusto e di una delle canne. Le piazzole allo scoperto erano rivestite su tre lati con muri in pietra e cemento, a cui erano addossati un paio di metri di terra per attutire eventuali colpi in arrivo. Le altre due piazzole si trovano poco più a valle, a quota 2.575 m e 2.560 m, dove si possono vedere solo pochi resti dei cannoni: una coda d'affusto, parti delle canne, alcuni pattini dei cingoli.
Il compito della 149ª batteria era di battere il vallone di Abries per disperdere eventuali assembramenti o accampamenti di truppe nemiche sistemati fra il paese di Abries e la piccola borgata di La Monta, base di partenza per una possibile azione offensiva attraverso il Colle della Croce. Durante le operazioni del 1940, la batteria aprì più volte il fuoco sui paesi di La Monta e di l'Echalp; nel vallone di Abries tutt'oggi delle lapidi ricordano le vittime dei bombardamenti. Nel 1950 la batteria venne smantellata e tutto il materiale ferroso possibile fu recuperato: i cannoni posizionati sulle rive del Lago Ramella vennero privati della volata (tagliata con la fiamma ossidrica), dei sistemi di puntamento e degli otturatori.
A est del lago, dietro una collinetta, si trovavano un magazzino e i baraccamenti per i serventi, di cui restano solo poche tracce di murature in pietra e cemento e alcuni rottami metallici. Dal momento che non fu possibile trovare in loco sabbia idonea per la costruzione del ricovero, la stessa fu trasportata da Ribba, circa mille metri più in basso. Sul dosso tra il ricovero e il lago si notano resti di due appostamenti semplici all’aperto. Più in basso, lungo il sentiero poco sotto i Laghi Verdi, si trovano i resti di un parapetto in pietra lungo alcuni metri: in questa zona una carta del 1940 indicava la presenta di una postazione per mortai. Era in progetto anche una teleferica, che partiva dalle miande di Fondo sopra Indiritti e arrivava a monte del Lago dell’Uomo, poi sostituita da una tra la Conca Cialancia e i Tredici Laghi, ma nulla di tutto ciò fu realizzato.
Sui colli e le creste che circondano la conca dei Tredici Laghi si trovano altri ricoveri militari costruiti nel 1889 dal 3° Reggimento Alpini. Quelli del Passo della Cialancia e del Passo Roux avevano la stessa tipologia: una struttura quadrangolare con l’aggiunta di un vano su mezzo lato, muratura in pietrame e tetto a due falde in tegole e lamiera, internamente suddivisa in due locali con soppalco. Lo stesso modello fu usato anche per il ricovero del Colle Giulian. Sull’edificio del Passo Roux, intitolato al soldato Alberto Martino, risultavano effettuati dei lavori ancora nel 1938. Oggi di queste strutture restano solo pochi ruderi, collegati da una splendida mulattiera militare che, seguendo il filo di cresta, costituisce un ottimo e facile percorso per gli escursionisti.
Al Bric Rond, presso l’arrivo della seggiovia, si trovano i resti del ricovero del Cappello d’Envie, intitolato al maresciallo Giovanni Balmas. L’edificio era a un solo piano con sette vani e tetto a doppia falda; successivamente fu modificato realizzando un tetto piano (come i Ricoveri Perrucchetti). Altri lavori vennero eseguiti nel 1938. Secondo fonti dei servizi segreti francesi, negli anni Venti vi era in zona anche un altro ricovero, a forma di semicerchio e munito di feritoie, oltre a una polveriera scavata nella roccia a circa 200 metri di distanza.
Il ricovero del Cournourin, presso l’omonimo passo a sud-ovest dei Tredici Laghi, risulta invece in discreto stato di conservazione: le murature sono ancora parzialmente intonacate, con gli angoli esterni in pietra da taglio. L’interno era costituito da un solo locale al pianterreno, più un soppalco abitabile in legno; tramite una serie di feritoie era possibile controllare il vallone che risale al Colle Rousset. Sulla vicina Punta Cournourin si rinvengono alcuni appostamenti protetti da muretti a secco. Lungo la mulattiera che dai Tredici Laghi va verso il Colle Giulian, nel tratto in cui si percorre la Costa Belvedere, si trovano alcune camere da mina, realizzate probabilmente negli anni ’30 del ‘900, che servivano a far saltare la strada in caso di necessità. Su alcune targhe in pietra sono incisi i dati delle strutture.
Esisteva anche un progetto per collegare con una strada la zona dei Tredici Laghi con il vallone di Faetto, nel territorio di Perrero. Questa infrastruttura partiva dal fondo della Val Germanasca, poco dopo l’abitato di Trossieri, e risaliva tutto il vallone fino ai laghi di Conca Cialancia (2.445 m), presso cui si trovano i resti di alcuni baraccamenti militari. I lavori iniziarono nel 1938, e alla fine dell’anno risultavano già realizzati 13,5 Km; nel 1940 si aprì il transito fino all’Alpe Lauson, mentre nel 1942 si raggiunse Conca Cialancia, con un tracciato complessivo di 22 Km. Da qui, la strada avrebbe dovuto proseguire (pare addirittura con un tunnel sotto il Passo Cialancia, che non fu mai realizzato) fino al versante di Prali, dove si trovavano i Ricoveri Perrucchetti.



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La zona dei Tredici Laghi - Conca Cialancia (Prali/Perrero)
Vallo Alpino: le postazioni dei Tredici Laghi (Prali)

Caserme e ricoveri sui colli di confine con la Valle Argentera (Prali)


A ridosso dei colli di confine tra l’alta Val Germanasca e l’alta Val Argentera si trovano una serie di caserme e ricoveri, costruiti a scopo difensivo e di controllo del territorio tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Tutte queste strutture si trovano leggermente sotto la cresta, in posizione difficilmente individuabile dal versante francese e con protezioni naturali.

Al Colle di Rodoretto (2.780 m), sullo spartiacque tra l’omonimo vallone e la Valle Lunga, si trova il ricovero V. Addossata alla parete rocciosa appena sotto il valico, la struttura è di forma rettangolare a un solo piano, poteva ospitare 15 soldati ed era dotata di due mitragliatrici. L’interno è suddiviso in quattro vani mentre il tetto, a uno spiovente, pur se realizzato in cemento armato è in gran parte crollato, lasciando sospesi i ferri dell’armatura. A fianco vi sono le latrine. Per agevolare il trasporto di materiale in quota venne progettata anche una teleferica che partiva poco sopra la bergeria di Balma, poi soppressa in quanto “non indispensabile”. Lungo la mulattiera che sale verso il colle, terminata nel 1940, è ancora possibile rinvenire sulla sinistra i resti di un baraccamento militare ormai diruto, collocato in un pianoro a circa 2.530 metri di quota. Realizzato completamente in pietra, non ha più il tetto (restano solo alcune travature) e anche le murature sono molto malridotte, tanto da far pensare che la struttura sia più antica (fine ‘800/inizio ‘900?).

Il ricovero IV si trova al Passo della Longia (2.822 m), che mette in comunicazione l’omonimo vallone a cui si accede da Bout du Col con il Vallone del Gran Miol. Questa casermetta, simile alla precedente, ha però due piani, collegati da una scala esterna, e un’intercapedine tra le camerate e la parete montuosa a cui è addossata. Inoltre, l’ingresso è addirittura preceduto da un porticato, elemento estetico non comune in strutture del genere; il tetto è ancora in buone condizioni. L’edificio poteva ospitare 30 soldati ed era dotato di due fucili mitragliatori. Su un muro è rimasta un’incisione su cui si legge: “Impresa edile Demartini Alessio IEDA Milano Ing. Dellacqua e Santini […] Giudici. Anno 1942. [...]F.”. Nei dintorni si trovano tracce di alcune fosse per la raccolta dell’acqua, postazioni all’aperto e piazzole, mentre scendendo lungo il sentiero verso Prali si notano, sparsi qua e là tra le rocce, resti di brandine e altri rottami metallici. Un documento del 1940 progettava la costruzione di alcune opere su entrambi i lati del valico, e di una mulattiera che saliva da Pomieri.

Infine il ricovero III si trova alle pendici del Gran Queyron, cima di confine con la Francia, a una quota di circa 2.910 m. La struttura è praticamente gemella di quella del Colle della Longia, compreso il porticato all'ingresso. Per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero che sale dalla zona del Fontanone, a monte di Bout du Col; prima di arrivare al ricovero il sentiero attraversa il Passo Frappier (2.891 m), dove si trovano i resti di un baraccamento in pietra, posto proprio sul valico. Date le caratteristiche costruttive e le condizioni attuali, la struttura risale probabilmente alla fine dell’800/inizio del ‘900, come quelle presenti sullo spartiacque con la Val Pellice. Sulla cima del Gran Queyron e della vicina Punta Rasin sono identificabili alcune piccole postazioni e ripari, realizzati con pietra a secco. In una cartografia del 1940 sono indicate due opere da costruire presso il Passo Frappier, oltre a un osservatorio su Punta Rasin.


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Vallo Alpino: ricoveri sui colli di confine tra Val Germanasca e Val Argentera

Ricoveri per il controllo della frontiera con la Francia (Prali)



Salendo verso il Colle d’Abries, dopo Bout du Col la strada attraversa la località Fréiboujo, detta anche “Pian Littorio” durante il periodo fascista. Qui si trovano alcune strutture che risalgono alla prima metà del XX secolo, ma l'uso militare della zona è precedente: sulla “Guida delle Alpi Occidentali” di Martelli e Vaccarone del 1889, edito dal Club Alpino Italiano, si legge: “[…] la strada si divide in due rami che però si ricongiungono nuovamente più lontano nella regione Fraibugia, presso le rovine dell'antico Baraccone ed ai piedi della roccia detta Grande Aiuguille”. 
Effettivamente, nei pressi del bivio per la mulattiera militare che sale verso il Passo di Viafiorcia (realizzata nel 1940 per raggiungere la zona della Gran Guglia e la dorsale con la Val Pellice), leggermente a monte della strada sterrata si possono ancora individuare i ruderi di un edificio in pietra, che a quanto pare era già definito “antico” e “in rovina” alla fine dell’800. Nella “Carta degli Stati Sabaudi” del 1852 in tale zona è indicata una costruzione, con accanto una scritta interpretabile come "Rupie di Frai -bouge". Anche la successiva carta IGM del 1881 riporta la presenza di una struttura, definita come “Baracca”. Sul terreno circostante sono inoltre visibili le tracce di alcune piazzole rettangolari, ospitate in avvallamenti naturali appositamente spianati per ospitare tende o baraccamenti. Altre due piazzole si trovano poco sotto, a fianco della strada sterrata. Chissà che non si tratti di qualche resto delle strutture difensive, indicate nelle carte di fine ‘700, realizzate con lo scopo di rallentare un’eventuale offensiva proveniente dalla Francia rivoluzionaria.

Vista da Pian Littorio verso est, dove si trovano la vecchia "baracca", le piazzole e la mulattiera del Passo Viaforcia
I resti della "baracca"
Una delle piazzole

















Sul versante opposto della vallata rispetto a Pian Littorio, in località Fontanone, dove la vecchia mulattiera che passa per il Raccias si congiunge alla pista sterrata che sale da Bout du Col, si trovano i resti di un piccolo fabbricato, che era sede della Milizia Confinaria ed è noto nella toponomastica locale come “la baracco dî prepozé”, la “baracca dei preposti”, intendendo i preposti al controllo delle frontiere. L’edificio, che risale probabilmente alla fine dell’800, è a pianta quadrata, costruito in pietra “quasi” a secco e intonacato sia internamente che esternamente. Si trovava in un punto strategico, in una strettoia che costituiva un passaggio obbligato per i transiti da e verso la Francia attraverso il Col d’Abries. Un rapporto degli anni ’20 giudicava l’edificio “agibile e in buono stato”. Attualmente, il tetto e parte dei muri sono crollati. Poco al di sopra si trovano i resti di una struttura realizzata negli anni '40 nell'ambito del "Vallo Alpino". 




Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico, ci si imbatte in un’altro ricovero, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente anch'esso alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900, in quanto risultava già indicato nelle mappe IGM degli anni ’30 ed era giudicato “agibile e in buono stato” negli anni ‘20. Nei dintorni si trovano resti di strutture realizzate tra gli anni '30 e '40 nell'ambito del "Vallo Alpino".




Pochi sanno che anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, probabilmente coevo dei precedenti, realizzato per il controllo della frontiera con la Francia. Nel 1925 i servizi segreti francesi rilevavano che l’edificio, un semplice monolocale con tetto a due falde, era stato sistemato dagli alpini del 3° reggimento. La struttura venne recuperata tra il 1967 e il 1968 dal CAI Val Germanasca che realizzò un bivacco, successivamente ampliato e trasformato in un vero e proprio rifugio negli anni ’70, poi nuovamente ingrandito negli anni ’80, e infine completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2010.

Il ricovero del Lago Verde dopo la guerra
Il ricovero adattato a bivacco nel 1968


domenica 8 luglio 2018

Le batterie Monte Castello e Podurante (Perrero)

La batteria Monte Castello fu realizzata alla fine del XIX secolo (1897-1898) sulla rocca che domina Perrero, a sud-est del capoluogo nei pressi della borgata Eirassa, nello stesso sito dove probabilmente sorgeva l’antico castello del borgo. Era una batteria a ordinamento scoperto, cioè con pezzi in barbetta, sistemati a coppie su piazzole separate da traverse. La piazzaforte disponeva di quattro cannoni in acciaio e bronzo da 9 BR/ret e due mortai da 9 BR/ret, ed era formata dagli alloggiamenti delle truppe, costituiti da baraccamenti a due piani in muratura, da vari magazzini e depositi, dalle latrine e dalla polveriera interrata. Convertita a postazione d'artiglieria nel 1928, la batteria fu trasformata in un deposito munizioni alla fine degli anni Trenta in appoggio alle altre opere dello sbarramento arretrato di Perrero, e infine terminò definitivamente la sua attività nel 1940. Le strutture che la compongono, ancora oggi tutte in buono stato di conservazione e parzialmente utilizzate, fanno parte di una proprietà privata e pertanto risultano difficilmente accessibili. E’ possibile a apprezzare il complesso dalla strada che, dal Ponte Rabbioso, sale verso la borgata Traverse.

Esisteva anche una seconda batteria, denominata Podurante, che si trovava in posizione più elevata, tra le borgate di Traverse e Chiabrano, ed era collegata alla Monte Castello con un telegrafo ottico. Per raggiungerla è sufficiente, dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio della borgata Traverse, percorrere alcune centinaia di metri lungo la pista sterrata che si inoltra nei boschi verso nord-ovest. Questa piazzaforte fu completamente dismessa nel 1928, assieme a buona parte delle fortificazioni tripliciste delle Alpi occidentali, pertanto ne rimangono solo alcuni ruderi nascosti nella vegetazione. Inoltre, un disboscamento avvenuto alcuni anni fa ha permesso a rovi e sterpaglie di invadere l’area occupata dalla struttura, rendendone ulteriormente difficoltoso il riconoscimento. Sono comunque individuabili alcuni depositi e riservette per le munizioni di forma trapezoidale, seminterrati a scopo di protezione in quanto la batteria è completamente allo scoperto, e lunghi fossati e trinceramenti perimetrali, intervallati da alcune postazioni di guardia. L'alloggio per le truppe (70 soldati), che era costituito da un solo baraccamento a un piano in legno, non è più visibile. Nella parte superiore della batteria si trovavano le postazioni per due pezzi d’artiglieria, mentre nella parte inferiore erano ospitati quattro mortai, analoghi a quelli presenti nella Monte Castello. Le varie piazzole erano disposte a gradoni lungo il versante. Una piccola postazione allo scoperto si trova su un promontorio a nord-ovest, da cui si domina la zona circostante verso i valloni di Prali e Massello.

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Vallo Alpino: il Caposaldo Abries (Prali)

Il Caposaldo “Abries” era il principale sbarramento sul quale si incentrava la difesa della Val Germanasca, in quanto l’omonimo colle costituiva l’unica via d'accesso praticabile da truppe francesi per superare il confine. Lo studio del Genio militare di Torino del 1938 prevedeva la costruzione di ben 11 centri di fuoco, oltre a due ricoveri per truppe. I lavori iniziarono nello stesso anno e furono affidati all'impresa Bartoni. Alla fine del 1938 erano ufficialmente terminati gli scavi delle opere 2, 3, 6 e del ricovero I. L’anno successivo iniziarono i lavori anche per le altre strutture, ma furono presto sospesi, in quanto lo Stato Maggiore comunicò al Genio di Torino che stava rivedendo tutta la struttura difensiva della zona. Alla fine del 1939 risultavano stesi i reticolati di filo spinato da sotto il Colletto Gran Guglia fino al Col d’Abries Vecchio.

All'inizio del 1940 fu compilato un progetto di massima per adeguare alla circolare 15000 le opere progettate per le quali erano stati eseguiti solamente gli scavi, “considerato che l'organizzazione difensiva sulla linea di confine può essere sottoposta all'azione di artiglieria di medio calibro, e che il Colle di Abries costituisce una linea di penetrazione di una certa importanza”. Al momento dello scoppio del conflitto con la Francia, nel giugno del 1940, le opere difensive del Colle d'Abries erano senza impianti interni, senza armamenti e di conseguenza non presidiate dai soldati. A settembre risultavano quasi completate le opere 2, 3 e 6, l’opera 4 era invece ancora in costruzione, mentre delle opere 5, 7 e 8 erano appena iniziati gli scavi. Risultavano in corso anche i lavori per il ricovero VIII (Gran Guglia), mentre erano terminati il ricovero I e la mulattiera che saliva da Pian Littorio passando dai Piani di San Giacomo, compresa la diramazione per Punta Cerisira.

Tutte queste opere non si sono salvate dalle regole imposte dal Trattato di pace del 1947 e sono state fatte saltare nel 1948, tanto che attualmente risulta in alcuni casi addirittura difficile la loro rilevazione sul terreno. I segnali che possono aiutare l'escursionista, che risale il sentiero verso il Colle d'Abries o il rifugio del Lago Verde, a individuare i blocchi frantumati delle opere difensive della zona, sono il filo spinato abbandonato sul terreno nelle vicinanze dei bunker e le piastre metalliche delle feritoie per le mitragliatrici, scagliate a parecchi metri di distanza in seguito all'esplosione distruttiva.



L’opera 3 si trova a nord-est del Colle d’Abries, a quota 2.450 m, a destra della pista per il Lago Verde poco dopo il guado sul torrente. La sua individuazione è facilitata dalla presenza di materiale roccioso di scavo sparso lungo il versante, e di grossi blocchi di cemento frantumati nel pianoro sovrastante, dove si trovano anche una piccola vasca e alcune piazzole. Era dotata di tre armi con il compito di battere il terreno compreso fra il Colle d’Abries e il fondovalle. L’ingresso, molto difficoltoso e decisamente sconsigliato, è possibile attraverso i resti di una postazione per arma. All’interno, una lunga scala (di cui si sono conservati i corrimano in legno!) scende nelle viscere della montagna, per poi dividersi in vari corridoi, tutti rivestiti di cemento e ingombri di rottami metallici. Nelle vicinanze di uno dei vecchi ingressi sono visibili i resti di un piccolo ricovero (di cui non si rinvengono denominazioni nelle fonti documentali o bibliografiche e che, nella cartografia del Progetto dell’Atlante delle Opere Fortificate, è stato denominato B2), posto al riparo di una sporgenza rocciosa.

Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico ci si imbatte in un’altro ricovero (B1), di dimensioni maggiori rispetto al precedente, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900. Nei pressi si trovano alcune piazzole e postazioni all’aperto, i resti di una linea di filo spinato e i monconi di diversi tralicci, segno che probabilmente vi era una linea di comunicazione che collegava questa zona al fondovalle.

Circa 500 metri a nord-est del Colle d’Abries Vecchio, ai piedi delle pareti rocciose che scendono dalla Punta Rasin, si trovano i resti dell’opera 2, realizzata in caverna e dotata di due armi con il compito di battere il valico con la Francia. I blocchi esterni sono stati sbriciolati con la demolizione e risultano quasi completamente coperti dai detriti rocciosi che cadono dal versante superiore. Giunti al Colle d’Abries Vecchio si scorgono, addossati alle rocce sulla destra, i resti di un appostamento (denominato P25 dallo scrivente) che, oltre a essere protetto da muri di pietra, sfrutta alcuni scavi realizzati nella parete rocciosa retrostante: probabilmente si tratta di lavori effettuati per l’opera 1, che una carta militare del 1940 indica da costruire in questa zona. Seguendo la cresta verso sud, si notano sul versante italiano alcune piazzole, una postazione all’aperto (P24) e una trincea a “L” ancora ben conservata. Più avanti, sul lato francese, si rinvengono numerose putrelle, travi e piastre in ferro, mischiate a detriti rocciosi, forse i resti di una postazione coperta avanzata.

L’opera 6 è situata su una specie di “prua” rocciosa a sud-est del Colle d'Abries, sulla dorsale che divide tale valico dal Colle di Valpreveyre. Realizzata completamente in caverna, disponeva di tre armi in casamatta per battere il crinale di confine e la conca del Lago Verde. La sua individuazione non è semplice: occorre notare alcuni grossi blocchi di cemento e piastre metalliche sparsi lungo il versante che scende dal Colle d’Abries, come conseguenza della demolizione avvenuta dopo la guerra. L’accesso alle parti sotterranee, che risulta attualmente difficoltoso (e anche pericoloso), può avvenire dal versante opposto, attraverso una fenditura posta ai piedi di una parete rocciosa. Dopo una rischiosa discesa lungo un tunnel pieno di detriti, si raggiunge uno stanzone con diversi vani, resti di ferri e di un lavandino. Fuori, appena a valle della struttura, si trovano i resti di alcune baracche e di una piccola vasca di forma cubica per la raccolta dell’acqua piovana.



Salendo verso il Colle di Valpreveyre, si possono notare lungo il sentiero i resti di varie piazzole, ricoveri, postazioni e terrazzamenti (B8, B9, B10) con muri di sostegno in pietra, mentre arrivando nei pressi del valico sono individuabili altre piazzole (B7), poste in posizione riparata appena al di sotto dello spartiacque sul lato italiano. Giunti sulla linea di confine con la Francia, a nord, tra il Colle di Valpreveyre e quello di Abries, si trovano una serie di postazioni allo scoperto (P23), realizzate in posizione dominante con semplici muretti a secco, oltre a matasse di filo spinato. A sud, resti di altri appostamenti e piccoli trinceramenti (P20, P21, P22) sempre in pietra a secco, che proseguono lungo il crinale verso il Passo Bucie.

Praticamente di fronte all’opera 3, in un pianoro sul versante opposto, si trovano i resti dell’opera 4, che era realizzata quasi completamente fuori terra; si possono quindi apprezzare la pianta della struttura, di forma quadrata, e lo spessore dei muri di cemento di cui era composta. Essa era dotata di tre armi e di condotto per il fotofono, per permettere le comunicazioni con le altre opere circostanti. Nei pressi dell’opera 4 si trovano numerosi scavi, terrazzamenti, postazioni all’aperto (P2, P3) e una baracca (B3) con quel che rimane di una cucina. Poco più a monte, lungo il sentiero per il Lago Verde, si trovano tre piccoli appostamenti allo scoperto, collegati tra loro da una trincea (P4), mentre sul terreno circostante è possibile rinvenire grandi quantità di filo spinato, oltre a piastre metalliche e altri ferri vari, più o meno contorti, che emergono tra l’erba e le rocce. Anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, realizzato probabilmente tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 per il controllo della frontiera, come le strutture del Col d’Abries Vecchio e del Fontanone. Nel 1925 i servizi segreti francesi rilevavano che l’edificio, un semplice monolocale con tetto a due falde, era stato sistemato dagli alpini del 3° reggimento. La struttura venne recuperata tra il 1967 e il 1968 dal CAI Val Germanasca che realizzò un bivacco, successivamente ampliato e trasformato in un vero e proprio rifugio negli anni ’70, poi nuovamente ingrandito negli anni ’80, e infine completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2010.


Tutto il crinale a nord del rifugio che, scendendo a ovest della Gran Guglia, “racchiude” la conca del Lago Verde, è letteralmente costellato di postazioni allo scoperto (ce ne sono almeno nove), realizzate con semplici muretti a secco, oltre ad alcune piazzole e resti di baracche situate in posizioni riparate in avvallamenti dietro il versante. Si tratta di appostamenti che disponevano di un’ottima visuale e campo di tiro aperto su eventuali truppe che avessero cercato di oltrepassare il confine. Alcune (come la P7 e la P5) sono più strutturate, con muraglie e feritoie per le armi, altre sono semplici ripari sul terreno, schermati da un po’ di pietre sovrapposte alla bell’e meglio. Poco al di sotto della postazione P5, si rinviene anche un cumulo di detriti derivanti dagli scavi per l’opera 7, iniziata nel 1939 ma mai completata. Nessuna traccia si è invece rilevata dell’opera 8, che avrebbe dovuto sorgere alle pendici ovest della Gran Guglia, i cui scavi venivano indicati come “iniziati” nel 1940; così come dell’opera 5, anch’essa teoricamente già in costruzione lungo il sentiero per il Colle d’Abries, tra le opere 3 e 6.

Al Colletto della Gran Guglia si trovano un appostamento (P17) in pietra a secco e, sul lato opposto, il ricovero VIII, realizzato in cemento armato e ancora in buone condizioni: strutturato su due piani, è dotato di un corridoio che ne percorre tutta la lunghezza dal lato verso la montagna, con lo scopo di creare un’intercapedine tra il terreno e l’edificio per migliorarne la salubrità. Poteva ospitare 20 soldati. A fianco della casermetta si trovano le latrine, mentre se si prosegue lungo un sentiero (oggi in buona parte franato) che costeggia la parete rocciosa verso sud si raggiunge un osservatorio all’aperto (P18), posto proprio sulla cresta con vista dominante su tutta la conca del Lago Verde. Il sentiero continuava fino alla dorsale con la Val Pellice, dove già le carte di inizio ‘900 indicavano la presenza di una “vedetta diroccata”. In questa zona vennero previste varie opere tipo 15000 per rinforzare il caposaldo: l’opera 8/a, di media grandezza dotata di tre armi, e le opere piccole 8/b e 8/c (quest’ultima presso il Buciret). Scendendo lungo la mulattiera verso il Colletto Viafiorcia, su uno sperone da cui si vede il fondovalle fino a Bout du Col si trova un traliccio metallico che regge una campana, utilizzata durante la guerra per segnalare l'arrivo degli aerei, che oggi è dedicata ai caduti della Giovane Montagna. Più in basso, sulla sinistra appena dopo il bivio con il sentiero per il Baraccone di San Giacomo, si incontra una postazione all’aperto (P19).

La linea difensiva del caposaldo era completata dal ricovero I per 40 uomini, posto in posizione riparata contro lo sperone roccioso che scende dalla Gran Guglia a nord-ovest. Tale struttura, conosciuta localmente con il nome di “Arsenale”, era formata da una parte in caverna a forma di “U” (ancora accessibile), destinata al ricovero dei soldati, e una parte frontale (oggi completamente crollata) dove erano sistemati i servizi più indispensabili quali la cucina, il deposito viveri e acqua, il ripostiglio della legna, le latrine, il lavatoio e un locale magazzino. Per favorire la naturale ventilazione del ricovero, l'imbocco in galleria era posto a differente quota, pertanto il pavimento ha una pendenza verso il punto più basso del 4%. Ma il giudizio dell'Ispettore del Genio fu molto critico: “La pianta dell'opera non é felice sia nei riguardi della ventilazione, sia per quelli dell'adattamento al terreno. Sarebbe stato preferibile sviluppare la casermetta in senso longitudinale, dando alle camerate aria e luce diretta: per la salubrità dei dormitori era conveniente altresì prevedere un'intercapedine”. Il ricovero era probabilmente collegato a Pian Littorio con una teleferica, utilizzata per portare in quota materiale, di cui restano ancora oggi due basamenti in cemento nei pressi del guado con cui la pista sterrata attraversa il torrente, tra le opere 3 e 4. Nei dintorni del ricovero, in posizione dominante sulla strada che sale da Bout du Col, si trova una postazione allo scoperto (P14), oltre ad alcuni resti di baracche e piazzole (B5).


Nella piccola conca a nord-est dell’“Arsenale”, più arretrata rispetto al confine, si trovano numerosi terrazzamenti e piazzole, posti in un pianoro riparato: qui una carta del 1939 individuava la presenza di una batteria di due mortai da 81. Sulle alture circostanti a nord vi sono alcuni appostamenti all’aperto (P15, P16), composti da semplici avvallamenti nel terreno protetti da muretti a secco; leggermente più a est, sulla cresta che sovrasta la zona di Pian Littorio si trova invece un grande scavo circolare destinato all’opera 9. Ma le strutture più interessanti sono una serie di postazioni coperte, dotate di feritoie e collegate tra loro da un trinceramento anch’esso coperto, con il compito di battere la strada che scende verso il fondovalle. La copertura era sorretta da travi in ferro e legno e poi rivestita di terra, mentre le murature erano realizzate con pietre e sacchi di cemento. Una delle postazioni è ancora completamente integra e accessibile, compreso il basamento per mitragliatrice, mentre le altre e la trincea sono quasi interamente crollate. In questa zona, secondo i progetti dei militari, sarebbe dovuta sorgere l’opera 10: è possibile che si sia deciso di sostituire il bunker con queste strutture, decisamente più semplici ed economiche.

 
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Vallo Alpino: Caposaldo Abries (Prali)