lunedì 22 giugno 2020

#Passeggiare tra Opere Fortificate: La guerra e le antiche leggende

Bric Rond - Lago Ramella (dei cannoni) - Laghi Gemelli - Lago Drajo - Ricoveri militari - Lago dell'Uomo - Lago Primo - Pian dell'Alpet 

(itinerario percorribile anche in bicicletta)




Dalla stazione d'arrivo della seggiovia posta sul Bric Rond 2540 m, anzichè scendere direttamente nella Conca dei 13 Laghi, ci si porta per sentiero quasi pianeggiante (E.P.T. 4) sotto il torrione roccioso del Cappello d'Envie, quindi si tglia a mezzacosta in direzione S-E fino a raggiungere il grazioso Lago Ramella 2586 m, conosciuto anche come Lago dei cannoni.

Questo toponimo, deriva dal fatto che nei pressi dello specchio, giacciono arrugginiti due affusti di cannone da 149 mm, utilizzati nel corso della guerra contro la Francia (giugno 1940) per colpire i vicini villaggi di La Montà e L'Echalp, collocati nei pressi di Abries.
Chi i trovasse nella zona di prima mattina, osservando attentamente tra l'erba dei prati che ammantano la Conca, non faticherebbe a rinvenire numerosissimi graziosi esemplari di Salamandra lanzai; una varietà melanica di salamandra, presente nelle Alpi Cozie solo nelle contigue Valli del Po, del Pellice e del Germanasca. Questo innocuo animaletto, caratterizzato da una livrea completamente nera (e non pezzata come la sua conspecie più conosciuta - la Salamandra atra) è osservabile solo ad alta quota, nelle giornate di pioggia o nelle ore mattutine in cui i pascoli sono ancora intrisi di rugiada.

Contornato l'invaso si continua fino ad incontrare un crocevia, ove la mulattiera fin qui seguita trova il tracciato (E.P.T. 205) congiungente il Bric Rond con il Passo Cialancia (o Porta della Cialancia) 2683 m. Tralasciato quest'ultimo sentiero si prosegue salendo in direzione S-E, per passare poco a valle del Lago Nero 2626 m, il più elevato di tuttie poi, piegando leggermente a destra (S-O), si lasciano in basso i due Laghi Verdi ed il Lago Lungo 2503 m, per toccare il Lago dei Gemelli o Laghi Gemelli, che assume il toponimo dal fatto che, avendo una forma allungata con strozzatura al centro, tende parzialmente a prosciugarsi, in estate, mettendo in rilievo una striscia fangosa che lo suddivide in due specchi di egual dimensione. Individuato l'emissario dell'invaso, a questo punto lo si segue scendendo fino al grosso e caratteristico Lago Draio 2365 m, che nella conformazione assai complessa ricorda un dragone; una figura fantastica e fiabesca.

Anche a proposito del Lago Draio, detto anche Lago della Carota a causa della sua forma allungata, esiste una curiosa leggenda. Sulle sue sponde, infatti, sarebbe vissuta in età preistorica una tribù di uomini primitivi. Un giorno, alcuni di questi recatisi a caccia, si imbatterono in un curioso e bellissimo uccello che volando a pochi metri da terra urlava le seguenti parole: "Fuggite, fuggite, perchè il lago della Carota strariperà". Recatisi sulle rive dell'invaso essi constatarono impauriti che effettivamente il livello delle acque stava crscendo ed allora, radunati i famigliari e raccolte le poche suppellettili, si misero in salvo sulle alture del Bric Rond e del Cappello d'Envie. In breve, la Conca dei 13 Laghi si riempì d'acqua e quando ne fu colma straripò furiosamente devastando boschi e colture e creando un profondo canalone che ancora oggi costituisce lo stretto Vallone del Clapou. I primitivi, scampati all'inondazione, scesero a valle ove crearono l'insediamento di Ribba, ed iniziarono una nuova vita.
Camminando su un viottolo che sale e scende lungo pittoresche dune erbose, a questo punto ci si porta verso un gruppo di ricoveri militari 2537 m, che furono edificati dalle truppe alpine nel lontano 1907. Tra le casermette, si incontra l'ampio sentiero del Passo Cialancia (E.P.T 205 - volgere a destra), già menzionato in precedenza, per il quale in breve, si raggiunge il Lago dell'Uomo 2360 m, ricchissimo di gizzanti salmerini ed assai caratteristico. Tenendo il sentiero, in breve, si costeggia il Lago Primo 2299 m e, raggiunto un bivio, si può scegliere di far ritorno al
Bric Rond (destra in salita) o calare direttamente sul Pian dell'Alpet (sinistra in discesa - Ore 1.30 l'anello completo).

Il Lago Primo è così denominato in quanto esso risulta il primo specchio d'acqua che incontra, nella Conca, chi sale da Ghigo o chi scende dall'altura del Bric Rond. L'altro invaso citato, invece, trae probabilmente il suo toponimo da un'antica leggenda secondo cui, un ricco pastore della zona, un giorno promise in sposa la sua figliola a chi sarebbe riuscito ad attraversare a nuoto il più grande fra i 13 laghi. Allettato dalla proposta, si presentò al possidente un coraggioso giovane, che chiese di poter effettuare il tentativo non a nuoto, bensì a cavallo del suo più grosso e robusto caprone. Incuriosito, il mandriano accettò la scommessa e, con grande stupore, fu costretto a constatare l'eccezionale facilità con cui il ragazzo (l'Om da cui il lago prese il nome) e la capra superarono la prova. Proprio questa grande facilità e l'eccessiva fiducia nei propri mezzi, però tradirono il pretendente in quanto, per dimostrare il suo valore, egli ripetè più volte l'esperimento fino a scomparire tra i flutti ed annegare miseramente insieme al suo animale.
Per quanto concerne le caserme sopra ricordate, invece, va detto che esse furono costruite a scopo difensivo, per il controllo del vicino confine con la Francia (tracciato sul Colle d'Abries), in un momento in cui i rapporti con la Repubblica transalpina non
erano molto felici a causa di gravi contrasti di carattere economico-politico e dell'ingresso dell'Italia nella Triplice Alleanza, a fianco della Germania e dell'impero absburgico. Le strutture furono poi utilizzate fino al secondo Conflitto mondiale ed in particolare nei tristi giorni del giugno 1940, quando l'esercito italiano si lanciò all'attacco di una Francia ormai dissanguata e schiacciata dalla terribile occupazione delle armate hitleriane.










































Rubrica e reportage fotografico a cura di Luigi Avondo

#Passeggiare tra Opere Fortificate: Anello Piancavallo – Mte Morissolo – Mte Spalavera - Piancavallo

Itinerario fuori porta: La Linea Cadorna nel Verbano-Cusio-Ossola



Difficoltà: E
Tempo di percorrenza: ore 4.30
Dislivello: 470 m


Accesso: Piancavallo si raggiunge, da Intra, per comoda strada asfaltata attraverso la direttrice Bée – Premeno. Il luogo è costituito da un unico grande ospedale per cure auxologiche, isolato in mezzo al verde (10 km)

Dal piazzale del Centro Auxologico di Piancavallo 1247 m anziché proseguire per la strada asfaltata si volge a destra per strada sterrata subito chiusa da una sbarra. In piano, nel bellissimo bosco di faggi, la strada ex militare, spesso intagliata nella roccia o riportata su muri a secco, continua offrendo splendidi panorami sul lago maggiore, fino a pervenire ad un colletto. Qui si prosegue sulla carrareccia fino a pervenire a tre gallerie, opere della Linea Cadorna, attraverso le quali si giunge ad una scalinata esterna protetta da ringhiera. La scalinata culmina in una postazione in galleria, ma poco prima dell’ultimo tratto, un varco nella ringhiera di protezione, permette di uscire su un sentiero esposto che, con alcuni ripidi gradini e una rampa breve, ma faticosa, adduce alle tre croci che caratterizzano la sommità del M.te Morissolo 1313 m, dalla quale in un paio di minuti si raggiunge il punto panoramico posto poco al di sopra (ore 1 dalla partenza). Di qui, sul versante opposto a quello di salita, si scende per comodo sentiero tra i faggi fino a raggiungere, in circa 10 min. il colletto cui si è accennato, posto immediatamente prima delle gallerie. Anziché riprendere la strada, al colletto si continua su ampio sentiero pianeggiante che, nella splendida faggeta, tenendo la curva di livello, si sviluppa seguendo le pieghe del crinale. Dopo circa mezz’ora il tracciato scende gradualmente, per poi subito risalire e giungere all’ampio spiazzo di Colle 1238 m, ove perviene la strada asfaltata che da Piancavallo scende verso Trarego e Cannero.
A fianco della strada bitumata, da Colle, parte una carrareccia erbosa che costituisce la strada di arroccamento alle postazioni in trincea della Linea Cadorna poste sul M.te Spalavera. Ad inizio carreggiabile si trova subito un sentiero ascendente che, nascendo sulla destra, inizia a svilupparsi nella faggeta svolgendo numerosi tornantini e portandosi su un lungo crinale boscoso che raggiunge, poco sotto la vetta del Mte Spalavera, la strada di arroccamento citata in precedenza. Lungo questa, con un paio di tornanti, si giunge all’erbosa e panoramica cima (1534 m), completamente circondata da opere di trinceramento con postazioni per mitragliatrici (ore 3).
Dalla cima, tenendo la strada seguita nell’ultimo tratto, si fa ritorno verso Colle, non trascurando di notare le numerose fontane abbeveratoio dislocate lungo il percorso, utili per ristorare i muli che portavano le salmerie alle postazioni in quota. Con alcuni tornanti, passando da una zona a pascolo al fitto del bosco di betulle, la strada scende quindi a Colle, giungendo nel punto ove la si era imboccata per la salita. Di qui, seguendo verso valle la strada asfaltata per Piancavallo (non quella per Cannobio), si fa ritorno in 5 Km all’Ospedale da cui si era partiti (ore 4.30 complessive).

























Rubrica e reportage fotografico a cura di Luigi Avondo
Traduzioni in francese a cura dello Sportello Linguistico dell'Associazione La Valaddo (Roberto Ardrizzo)  finanziato dalla Legge 482/99.



Anneau: Piancavallo – Mt. Morissolo – Mt. Spalavera – Piancavallo
Difficulté: E
Temps du parcours: 4:30 h
Différence de niveau : 470 mt

Accès : en partant d’Intra, l’on arrive à Piancavallo par une route asphaltée en suivant la direction Bée-Premeno. L’adroit est constitué par un seul grand hôpital destiné aux soins auxologiques, isolé dans la verdure (10 km).

De l’esplanade du Centre d’Auxologie de Piancavallo à 1247 mt, au lieu de continuer par la route asphaltée, l’on tourne à droite par une route en terre battue fermée par une barre. Dans la plaine, dans le magnifique bois d’hêtres, l’ancienne route militaire, souvent coupée dans les rochés ou surélevée par des murs à sec, poursuit en offrant des panoramas magnifiques sur le lac plus important, pour arriver finalement à un petit col. Ici l’on continue par le chemin charretier jusqu’à rejoindre trois tunnels, œuvres de la Ligne Cadorna et, à travers ces derniers, l’on arrive à un perron externe protégé par une balustrade. Le perron arrive à un emplacement en tunnel, mais, juste avant le dernier tronçon, une brèche dans la balustrade de protection permet de sortir sur un sentier en vue. Ce dernier, avec des marches très raides et une rampe courte, mais fatiguant, amène aux trois croix qui caractérisent le sommet du Mont Morissolo à 1313 mt, à partir duquel, en deux minutes, l’on arrive au belvédère, situé peu au-dessus (1 h du départ). D’ici, sur le versant opposé à celui de la montée, l’on descend par un sentier très confortable au milieu des hêtres jusqu’à rejoindre, en 10 min environs, le petit col susmentionné, situé juste avant les tunnels.
Au lieu de reprendre la route, du petit col l’on continue par un grand sentier plat qui, dans le magnifique bois d’hêtres, en gardant le même niveau de marche, se déroule suivant les plis de la ligne de faîte.
Après une demi-heure environs, le tracé descend progressivement pour puis remonter tout de suite et arriver à la grande esplanade du Col à 1238 mt, où arrive la route asphaltée qui, de Piancavallo, descend vers Trarego et Cannero. À côté de la route goudronnée, à partir du Col, commence un chemin charretier herbeux qui représente la route de rocade des emplacements de la Ligne Cadorna situés sur le Mont Spalavera. L’on retrouve tout de suite un sentier, charretier dans son premier tronçon, qui monte et qui, en départant du côté droit, se développe dans le bois d’hêtres en formant des petits lacets et en allant vers une longue ligne de faîte boisée qui arrive, peu au-dessous du sommet du Mont Spalalvera, à la route de rocade susmentionnée. Le long de cette dernière, après deux lacets, l’on arrive au sommet herbeux et panoramique (1534 mt), complètement entouré par des œuvres de retranchement avec des emplacements pour mitrailleuses (3 h).
Du sommet, en se maintenant sur le dernier tronçon de la route, l’on revient vers le Col, où il ne faut pas négliger d’admirer les nombreuses fontaines-abreuvoirs éparpillées le long du parcours, très utiles pour rafraîchir les mules qui transportaient les convois de ravitaillement vers les emplacements en hauteur. Après quelques lacets, en passant d’une zone de pâturage à l’épaisseur du bois de bouleaux, la route descend ensuite vers le Col, en arrivant juste au point où l’on avait entamé la montée. D’ici, en suivant vers la vallée la route asphaltée en direction de Piancavallo (et non pas celle pour Cannobio), l’on fait retour dans 5 km à l’Hôpital d’où l’on avait démarré (4:30 h en total).

mercoledì 22 aprile 2020

Il "Castello" della Balziglia (Massello)

Dopo la revoca dell’editto di Nantes, il re di Francia, alleato con il duca Vittorio Amedeo II, decise di cacciare i Valdesi dalle loro valli. Incaricato dell’operazione in Val San Martino (l’antico nome della Val Germanasca) fu il generale Catinat. Fra il 22 aprile ed il 1° maggio del 1686, circa 4000 soldati francesi avevano sferrato il loro attacco. Il 28 aprile, giorno di domenica, tutta la popolazione della Valle di San Martino, come quella della vicina Val Pellice, si era arresa per aver salva la vita: ad eccezione della comunità di Massello, ostinatamente decisa a resistere e a difendere se stessa e le proprie famiglie fino alla morte. Questi ultimi superstiti si ripararono sulle alture rocciose che sovrastano Balziglia, dette lou Châtél, “il Castello”, per la loro posizione dominante, poco accessibile e facilmente difendibile. Contro di essi si portò personalmente il generale Catinat, che dopo tre tentativi con diverse centinaia di soldati riuscì infine, il 17 maggio, a sorprendere dall’alto i circa 60 rifugiati superstiti e ad assalire da ogni lato la posizione difesa dai Valdesi, che rimasero senza via di scampo.
Quattro anni dopo, la Balziglia fu di nuovo al centro degli avvenimenti bellici. Rientrati nelle loro valli dopo l’esilio in terra svizzera con il cosiddetto “Glorioso Rimpatrio”, i Valdesi si videro di nuovo attaccati dalle truppe ducali e francesi sia in Val Pellice sia in Val Germanasca. Nell’ottobre 1689, all’avvicinarsi dell’inverno, un gruppo di poco più di trecento individui trovò nuovamente rifugio alla Balziglia. Qui, sui costoni rocciosi detti “Quattro Denti”, che scendono dal Monte Pelvo fino alla confluenza tra il rio del Pis e quello del Ghinivert, realizzarono una serie di fortificazioni e di alloggiamenti, mentre i francesi, per il freddo intenso e per la neve caduta ai primi di novembre, si ritirarono a Perosa e Pinerolo.

La Balziglia in una cartolina storica; sullo sfondo il "Castello" e il monte Pan di Zucchero (Fonte: Comune di Massello)

Furono costruiti vari trinceramenti a mezzaluna disposti su gradoni successivi, in parte scavati e in parte con muri a secco, per difendere il pendio che dal pianoro detto “Castello” scende verso il rio del Ghinivert. Nel muro esteriore venivano sovrapposti più strati di alberi, con i rami rivolti verso gli attaccanti e le radici incastrate tra le pietre, così che cercando di sradicare le piante per formare una breccia, si sarebbe creata una frana che avrebbe travolto gli assalitori. Dietro il parapetto erano accatastati grossi mucchi di massi, da far rotolare sugli attaccanti. Il ripiano alle sue spalle, chiamato Pasté, fu protetto con un muro più alto dotato di feritoie. Altre piccole ridotte e trinceramenti, collegati tra loro da camminamenti protetti così da potersi ritirare progressivamente in caso di necessità, vennero realizzati lungo tutta la cresta intorno alla cima del Pain de Sucre (“Pan di Zucchero”), fino al punto più elevato, detto “il Fortino” o Bric dё l’Aoutin. Nei punti più riparati e pianeggianti furono costruiti circa 80 ricoveri per i difensori, costituiti da baracche in legno, paglia e zolle di terra, ognuna capace di contenere dai 20 ai 30 uomini, oltre a magazzini per viveri e munizioni. Tutte le vie d’accesso erano controllare da diversi posti di guardia[1].
I Valdesi resistettero a un primo attacco dei francesi, condotti nuovamente dal generale Catinat, avvenuto il 2 maggio del 1690 con 4000 uomini, che però furono respinti in mezzo ad una bufera di neve, con la perdita di 200 soldati e 20 ufficiali. Dopo questo insuccesso, il Catinat lasciò il comando al marchese De Feuquières, il quale fece allargare le strade esistenti per trasportare dei pezzi d’artiglieria, ritenuti necessari per smantellare le fortificazioni degli assediati. Il 22 maggio, due cannoni e un mortaio cominciarono a tirare: fu forzato dal basso il “Castello” ed i trinceramenti successivi, mentre furono occupati dall’alto gli ultimi posti fortificati dei Valdesi i quali, alla fine della durissima giornata, vennero ricacciati verso il centro del costone, sul Pain de Sucre. Grazie ad una nebbia provvidenziale, che anticipò ed accrebbe l’oscurità della notte, e grazie all’ottima conoscenza dei luoghi del capitano Filippo Tron Poulat, nativo proprio della Balziglia, i superstiti riuscirono a sfuggire all’attacco definitivo dei francesi[2].

La Balziglia durante l'attacco (stampa tratta da W. Beattie, Les Vallees Vaudoises pittoresques, Virtue/Ferriere, 1838)

I resti delle fortificazioni furono in seguito distrutti, anche se alcune tracce sono ancora visibili sul terreno. È possibile salire al pianoro del “Castello” seguendo un sentiero che parte dal parcheggio di Balziglia: qui si trovano alcune case, che non esistevano ai tempi dell’assedio. Sul fianco destro del piano si vede un grande parapetto in terra che probabilmente ricalca e ingloba il vecchio trinceramento che sorvegliava l’ingresso. Proseguendo oltre il pianoro si allarga e, sulla sinistra, si può identificare una struttura triangolare posta su uno sperone che precipita verso valle, conservata per fungere da parapetto per il dirupo sottostante. Da qui inizia la cresta che, attraverso passaggi sempre più stretti e ripidi, conduce fino alle pendici del Pan di Zucchero. Sul fianco della montagna, dal lato del vallone del Pis, si trovano diversi anfratti naturali che potevano essere utilizzati come ripari. Si raggiungono quindi tre terrazzamenti, dove sorgevano i baracconi fortificati del Pasté. Tutto intorno alla cresta più a monte si trovano altre fosse che ospitavano baraccamenti e ricoveri. Salendo ancora, il sentiero diviene molto difficoltoso e richiede abilità alpinistiche, passando attraverso salti di roccia e canaloni scoscesi. Sulla cima del Pan di Zucchero (1.828 m) si vede ancora un trinceramento in pietra che raggiunge una ridotta quadrata, separata dalla cresta da un fossato[3].

La borgata Balziglia oggi



[1] La struttura dell’intero sistema difensivo è ben descritta da Arturo Pascal nel suo studio Le Valli Valdesi negli anni del Martirio e della Gloria (1686-1690), Società di Studi Valdesi, Torre Pellice, 1968
[2] Molto utile per comprendere il susseguirsi degli avvenimenti è una carta realizzata da D. Peyrot e pubblicata sul n. 7 del “Bulletin de la Société d’Histoire Vaudoise” nel 1890.
[3] Per una descrizione approfondita dell’itinerario di salita si veda E. Garoglio, “Il vallone di Massello, da Balsiglia al colle dell’Albergian”, in La Beidana n. 92, Fondazione Centro Culturale Valdese, Torre Pellice, 2018

venerdì 3 aprile 2020

Opere minori nel vallone di Prali

Il Colle Giulian (2.457 m) è un valico utilizzato da secoli per le comunicazioni tra la Val Germanasca (Prali) e la Val Pellice (Bobbio Pellice): proprio per questo motivo, è stato in più occasioni presidiato da soldati. Nulla rimane degli antichi trinceramenti realizzati nell’autunno del 1689 dai soldati piemontesi per difendere il colle dai Valdesi, che cercavano di tornare nelle loro valli dopo l’esilio in Svizzera. Lo scontro avvenne l’8 settembre: i sabaudi erano poco più di un centinaio, e i Valdesi li attaccarono ai fianchi sfruttando il fattore sorpresa. Vistisi sopraffatti, i piemontesi si ritirarono con il favore della nebbia, inseguiti a lungo dai Valdesi.
Nelle carte topografiche di fine ‘700, in particolare nella "Carta delle Valli di Luserna, di S.Martino, di Rodoretto e di Masset" e nella "Carte topographique des trois vallées de Lusèrne, de Pérouse et de S.Martin, ..." redatta dal Paisina nel 1795, si trovano numerosissimi riferimenti grafici a piccole opere difensive (ridotte, trinceramenti, corpi di guardia) relative al vallone di Prali, realizzate con lo scopo principale di rallentare un’eventuale offensiva da  parte della Francia rivoluzionaria. Il Col Giulian risultava difeso da alcuni trinceramenti e da un "baraccone"; con ogni probabilità si trattava di opere leggere e oggi non se ne ravvisano quasi tracce. Le strutture ancora oggi visibili nei pressi del Col Giulian risalgono tutte al periodo a cavallo tre il XIX e il XX secolo. La carta del Paisina indica anche altre "barricades" lungo il sentiero che sale dal vallone delle Miniere e un corpo di guardia in località “Clapous, una conca da cui si controllava l’accesso al Colle Rousset, che porta in Val Pellice. Proprio qui sono ancora visibili i ruderi di un edificio in pietra, denominato Ricovero Clapus nelle mappe IGM di fine ‘800: non è da escludere che per la realizzazione di tale struttura siano stati riutilizzati i resti di qualche fabbricato precedente.


La zona del Col Giulian nella carta del Paisina
La zona del Col Giulian nella "Carta delle Valli di Luserna..."

Una zona “ricca” di strutture militari doveva essere quella tra Bout du Col e i colli di confine con la Francia. In particolare due grandi campi trincerati controllavano il pianoro di Bout du Col: il "Camp du Serre" sopra le attuali bergerie, alle pendici del Bric del Serre, e il "Camp du Vallon" sul versante opposto, presso l’odierna Punta Cianagli. La sopra citata carta del Paisina mostra anche altri trinceramenti, ridotte e corpi di guardia che difendevano: il colletto vicino al lago, da cui si scende a Ribba; il Passo Viafiorcia, che mette in comunicazione con il vallone delle Miniere (qui una delle carte indica addirittura la presenza di un ponte levatoio); la località Clot di Roccias, dove passa il sentiero che raggiunge il Col d’Abries; e il Colle del Bocchetta, al fondo del vallone della Longia. La “Carta topografica delle valli di Pragelà, S. Martino, Perosa, e Lucerna” di metà ‘700 indica anche la presenza di trinceramenti al Colle della Lunga (Longia) e di due corpi di guardia lungo l’omonimo vallone. Nessuna traccia è più rilevabile di tutte queste strutture, sia per la precarietà dei materiali con cui erano state realizzate, sia perché molti degli stessi luoghi sono stati utilizzati per la costruzione di opere militari in epoche successive. Chissà però che non risalgano a quest’epoca i ruderi di una costruzione in pietra presente poco prima della località Fréiboujo, nei pressi del bivio tra la strada principale e il sentiero che sale verso il Passo di Viafiorcia, definito “antico” e “in rovina” già alla fine dell’800.


La zona di Bout du Col nella "Carta delle Valli di Luserna..."
La zona di Bout du Col nella carta del Paisina

Anche nel vallone di Rodoretto dovevano esserci alcune strutture di guardia, in località Roc du loup o Teppé (probabilmente l’attuale località Cavallo Bianco, a sud-est delle bergerie della Balma), presso il Colle della Balma e l’omonimo alpeggio. Altri ricoveri sono indicati al Colle di Polious (Peolioso, tra il vallone di Salza e quello del Ghinivert), al Colle del Geniver (Ghinivert) e al Colle del Beth.

La zona di Rodoretto nella "Carta delle Valli di Luserna..."

La zona di Rodoretto nella carta del Paisina

Risale invece al 1704, nell’ambito delle operazioni militari legate alla guerra di successione spagnola, il grande campo trincerato realizzato dai francesi in località Sellette, a ovest della borgata Giordano, in un grande pianoro dove attualmente vi sono alcune bergerie. Un articolato disegno di un ingegnere militare al servizio del Maresciallo de la Feuillade[1] mostra l’orografia dei luoghi, la pianta del campo e alcune piccole ridotte, che controllavano gli accessi lungo strade e sentieri circostanti. Vi erano inoltre due “cassine retranchée” (edifici “trincerati”, cioè fortificati), uno incluso nel campo e l’altro al di fuori poco ad est. Il complesso, realizzato con bastioni in terra e palizzate, ospitava un migliaio di soldati, i quali (aiutati dalle compagnie valdesi) riuscirono a respingere un attacco delle truppe sabaude avvenuto verso la fine di luglio del 1704. Nessuna traccia evidente è più rilevabile sul terreno.
Sempre nella carta di inizio ‘700 vengono indicate due ridotte presso la Colletta di Fontane, tra il vallone di Salza e quello di Prali, e in località Galmont, sulla dorsale tra il vallone di Ghigo e quello di Rodoretto. Se della prima struttura oggi non restano tracce, nel secondo caso invece qualcosa è ancora rinvenibile sul terreno. Questo luogo fu occupato in precedenza dai Valdesi, durante il “Glorioso Rimpatrio” del 1689, che vi si fermarono per riposarsi e curare i loro feriti. Essi realizzarono alcune opere di difesa temporanee, di cui ci dà una descrizione il reverendo inglese William Stephen Gilly nel 1831, durante un suo sopralluogo presso “il sito dove i Valdesi, guidati da Arnaud, avevano un campo”. Galmont è descritto come “forte per natura, ed era stato reso più inespugnabile con due ridotte, o trinceramenti, che i patrioti avevano costruito”. Gilly sostiene di “aver camminato nella più piccola delle due, di forma ovale”, che lui valuta di 100 iarde di circonferenza (circa 91 metri). Ancora oggi sull’altura di Galmont si riesce vagamente a individuare quello che probabilmente è l'anello ovale citato dal Gilly. Sul crinale si apre inoltre una grossa spaccatura, derivante da un fenomeno geologico detto “litoclasi”, che sicuramente offriva una situazione favorevole in quanto rendeva la presenza di persone pressoché invisibile, sia da chi si trovava a valle sia da chi avesse tentato di individuarle da monte. Un cartello in legno indica il luogo con la toponomastica tradizionale, che ha tramandato il ricordo di fatti attraverso i secoli: Crô d’la Guèro (“luogo infossato” della guerra), Plan d’la Guèro (piano della guerra), Lou Sënhâl (il segnale).

La ridotta di Fontane in una carta di inizio '700
La ridotta di Galmont in una carta di metà '700






[1] Plan des Retranchem du Camp del Praly au bout de la Valee de s. martin. Envoye par le s.r Roussel du Camp de m. de la feuillade pres Pignerol. le 24 juillet 1704, BNF, Carte set Plans GE D 4658

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Opere minori nel vallone di Prali
Opere minori nel vallone di Prali