mercoledì 11 luglio 2018

Caserme e ricoveri sui colli di confine con la Valle Argentera (Prali)


A ridosso dei colli di confine tra l’alta Val Germanasca e l’alta Val Argentera si trovano una serie di caserme e ricoveri, costruiti a scopo difensivo e di controllo del territorio tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Tutte queste strutture si trovano leggermente sotto la cresta, in posizione difficilmente individuabile dal versante francese e con protezioni naturali.

Al Colle di Rodoretto (2.780 m), sullo spartiacque tra l’omonimo vallone e la Valle Lunga, si trova il ricovero V. Addossata alla parete rocciosa appena sotto il valico, la struttura è di forma rettangolare a un solo piano, poteva ospitare 15 soldati ed era dotata di due mitragliatrici. L’interno è suddiviso in quattro vani mentre il tetto, a uno spiovente, pur se realizzato in cemento armato è in gran parte crollato, lasciando sospesi i ferri dell’armatura. A fianco vi sono le latrine. Per agevolare il trasporto di materiale in quota venne progettata anche una teleferica che partiva poco sopra la bergeria di Balma, poi soppressa in quanto “non indispensabile”. Lungo la mulattiera che sale verso il colle, terminata nel 1940, è ancora possibile rinvenire sulla sinistra i resti di un baraccamento militare ormai diruto, collocato in un pianoro a circa 2.530 metri di quota. Realizzato completamente in pietra, non ha più il tetto (restano solo alcune travature) e anche le murature sono molto malridotte, tanto da far pensare che la struttura sia più antica (fine ‘800/inizio ‘900?).

Il ricovero IV si trova al Passo della Longia (2.822 m), che mette in comunicazione l’omonimo vallone a cui si accede da Bout du Col con il Vallone del Gran Miol. Questa casermetta, simile alla precedente, ha però due piani, collegati da una scala esterna, e un’intercapedine tra le camerate e la parete montuosa a cui è addossata. Inoltre, l’ingresso è addirittura preceduto da un porticato, elemento estetico non comune in strutture del genere; il tetto è ancora in buone condizioni. L’edificio poteva ospitare 30 soldati ed era dotato di due fucili mitragliatori. Su un muro è rimasta un’incisione su cui si legge: “Impresa edile Demartini Alessio IEDA Milano Ing. Dellacqua e Santini […] Giudici. Anno 1942. [...]F.”. Nei dintorni si trovano tracce di alcune fosse per la raccolta dell’acqua, postazioni all’aperto e piazzole, mentre scendendo lungo il sentiero verso Prali si notano, sparsi qua e là tra le rocce, resti di brandine e altri rottami metallici. Un documento del 1940 progettava la costruzione di alcune opere su entrambi i lati del valico, e di una mulattiera che saliva da Pomieri.

Infine il ricovero III si trova alle pendici del Gran Queyron, cima di confine con la Francia, a una quota di circa 2.910 m. La struttura è praticamente gemella di quella del Colle della Longia, compreso il porticato all'ingresso. Per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero che sale dalla zona del Fontanone, a monte di Bout du Col; prima di arrivare al ricovero il sentiero attraversa il Passo Frappier (2.891 m), dove si trovano i resti di un baraccamento in pietra, posto proprio sul valico. Date le caratteristiche costruttive e le condizioni attuali, la struttura risale probabilmente alla fine dell’800/inizio del ‘900, come quelle presenti sullo spartiacque con la Val Pellice. Sulla cima del Gran Queyron e della vicina Punta Rasin sono identificabili alcune piccole postazioni e ripari, realizzati con pietra a secco. In una cartografia del 1940 sono indicate due opere da costruire presso il Passo Frappier, oltre a un osservatorio su Punta Rasin.


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Vallo Alpino: ricoveri sui colli di confine tra Val Germanasca e Val Argentera

Ricoveri per il controllo della frontiera con la Francia (Prali)



Salendo verso il Colle d’Abries, dopo Bout du Col la strada attraversa la località Fréiboujo, detta anche “Pian Littorio” durante il periodo fascista. Qui si trovano alcune strutture che risalgono alla prima metà del XX secolo, ma l'uso militare della zona è precedente: sulla “Guida delle Alpi Occidentali” di Martelli e Vaccarone del 1889, edito dal Club Alpino Italiano, si legge: “[…] la strada si divide in due rami che però si ricongiungono nuovamente più lontano nella regione Fraibugia, presso le rovine dell'antico Baraccone ed ai piedi della roccia detta Grande Aiuguille”. 
Effettivamente, nei pressi del bivio per la mulattiera militare che sale verso il Passo di Viafiorcia (realizzata nel 1940 per raggiungere la zona della Gran Guglia e la dorsale con la Val Pellice), leggermente a monte della strada sterrata si possono ancora individuare i ruderi di un edificio in pietra, che a quanto pare era già definito “antico” e “in rovina” alla fine dell’800. Nella “Carta degli Stati Sabaudi” del 1852 in tale zona è indicata una costruzione, con accanto una scritta interpretabile come "Rupie di Frai -bouge". Anche la successiva carta IGM del 1881 riporta la presenza di una struttura, definita come “Baracca”. Sul terreno circostante sono inoltre visibili le tracce di alcune piazzole rettangolari, ospitate in avvallamenti naturali appositamente spianati per ospitare tende o baraccamenti. Altre due piazzole si trovano poco sotto, a fianco della strada sterrata. Chissà che non si tratti di qualche resto delle strutture difensive, indicate nelle carte di fine ‘700, realizzate con lo scopo di rallentare un’eventuale offensiva proveniente dalla Francia rivoluzionaria.

Vista da Pian Littorio verso est, dove si trovano la vecchia "baracca", le piazzole e la mulattiera del Passo Viaforcia
I resti della "baracca"
Una delle piazzole

















Sul versante opposto della vallata rispetto a Pian Littorio, in località Fontanone, dove la vecchia mulattiera che passa per il Raccias si congiunge alla pista sterrata che sale da Bout du Col, si trovano i resti di un piccolo fabbricato, che era sede della Milizia Confinaria ed è noto nella toponomastica locale come “la baracco dî prepozé”, la “baracca dei preposti”, intendendo i preposti al controllo delle frontiere. L’edificio, che risale probabilmente alla fine dell’800, è a pianta quadrata, costruito in pietra “quasi” a secco e intonacato sia internamente che esternamente. Si trovava in un punto strategico, in una strettoia che costituiva un passaggio obbligato per i transiti da e verso la Francia attraverso il Col d’Abries. Un rapporto degli anni ’20 giudicava l’edificio “agibile e in buono stato”. Attualmente, il tetto e parte dei muri sono crollati. Poco al di sopra si trovano i resti di una struttura realizzata negli anni '40 nell'ambito del "Vallo Alpino". 




Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico, ci si imbatte in un’altro ricovero, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente anch'esso alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900, in quanto risultava già indicato nelle mappe IGM degli anni ’30 ed era giudicato “agibile e in buono stato” negli anni ‘20. Nei dintorni si trovano resti di strutture realizzate tra gli anni '30 e '40 nell'ambito del "Vallo Alpino".




Pochi sanno che anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, probabilmente coevo dei precedenti, realizzato per il controllo della frontiera con la Francia. Nel 1925 i servizi segreti francesi rilevavano che l’edificio, un semplice monolocale con tetto a due falde, era stato sistemato dagli alpini del 3° reggimento. La struttura venne recuperata tra il 1967 e il 1968 dal CAI Val Germanasca che realizzò un bivacco, successivamente ampliato e trasformato in un vero e proprio rifugio negli anni ’70, poi nuovamente ingrandito negli anni ’80, e infine completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2010.

Il ricovero del Lago Verde dopo la guerra
Il ricovero adattato a bivacco nel 1968


domenica 8 luglio 2018

Le batterie Monte Castello e Podurante (Perrero)

La batteria Monte Castello fu realizzata alla fine del XIX secolo (1897-1898) sulla rocca che domina Perrero, a sud-est del capoluogo nei pressi della borgata Eirassa, nello stesso sito dove probabilmente sorgeva l’antico castello del borgo. Era una batteria a ordinamento scoperto, cioè con pezzi in barbetta, sistemati a coppie su piazzole separate da traverse. La piazzaforte disponeva di quattro cannoni in acciaio e bronzo da 9 BR/ret e due mortai da 9 BR/ret, ed era formata dagli alloggiamenti delle truppe, costituiti da baraccamenti a due piani in muratura, da vari magazzini e depositi, dalle latrine e dalla polveriera interrata. Convertita a postazione d'artiglieria nel 1928, la batteria fu trasformata in un deposito munizioni alla fine degli anni Trenta in appoggio alle altre opere dello sbarramento arretrato di Perrero, e infine terminò definitivamente la sua attività nel 1940. Le strutture che la compongono, ancora oggi tutte in buono stato di conservazione e parzialmente utilizzate, fanno parte di una proprietà privata e pertanto risultano difficilmente accessibili. E’ possibile a apprezzare il complesso dalla strada che, dal Ponte Rabbioso, sale verso la borgata Traverse.

Esisteva anche una seconda batteria, denominata Podurante, che si trovava in posizione più elevata, tra le borgate di Traverse e Chiabrano, ed era collegata alla Monte Castello con un telegrafo ottico. Per raggiungerla è sufficiente, dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio della borgata Traverse, percorrere alcune centinaia di metri lungo la pista sterrata che si inoltra nei boschi verso nord-ovest. Questa piazzaforte fu completamente dismessa nel 1928, assieme a buona parte delle fortificazioni tripliciste delle Alpi occidentali, pertanto ne rimangono solo alcuni ruderi nascosti nella vegetazione. Inoltre, un disboscamento avvenuto alcuni anni fa ha permesso a rovi e sterpaglie di invadere l’area occupata dalla struttura, rendendone ulteriormente difficoltoso il riconoscimento. Sono comunque individuabili alcuni depositi e riservette per le munizioni di forma trapezoidale, seminterrati a scopo di protezione in quanto la batteria è completamente allo scoperto, e lunghi fossati e trinceramenti perimetrali, intervallati da alcune postazioni di guardia. L'alloggio per le truppe (70 soldati), che era costituito da un solo baraccamento a un piano in legno, non è più visibile. Nella parte superiore della batteria si trovavano le postazioni per due pezzi d’artiglieria, mentre nella parte inferiore erano ospitati quattro mortai, analoghi a quelli presenti nella Monte Castello. Le varie piazzole erano disposte a gradoni lungo il versante. Una piccola postazione allo scoperto si trova su un promontorio a nord-ovest, da cui si domina la zona circostante verso i valloni di Prali e Massello.

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Vallo Alpino: il Caposaldo Abries (Prali)

Il Caposaldo “Abries” era il principale sbarramento sul quale si incentrava la difesa della Val Germanasca, in quanto l’omonimo colle costituiva l’unica via d'accesso praticabile da truppe francesi per superare il confine. Lo studio del Genio militare di Torino del 1938 prevedeva la costruzione di ben 11 centri di fuoco, oltre a due ricoveri per truppe. I lavori iniziarono nello stesso anno e furono affidati all'impresa Bartoni. Alla fine del 1938 erano ufficialmente terminati gli scavi delle opere 2, 3, 6 e del ricovero I. L’anno successivo iniziarono i lavori anche per le altre strutture, ma furono presto sospesi, in quanto lo Stato Maggiore comunicò al Genio di Torino che stava rivedendo tutta la struttura difensiva della zona. Alla fine del 1939 risultavano stesi i reticolati di filo spinato da sotto il Colletto Gran Guglia fino al Col d’Abries Vecchio.

All'inizio del 1940 fu compilato un progetto di massima per adeguare alla circolare 15000 le opere progettate per le quali erano stati eseguiti solamente gli scavi, “considerato che l'organizzazione difensiva sulla linea di confine può essere sottoposta all'azione di artiglieria di medio calibro, e che il Colle di Abries costituisce una linea di penetrazione di una certa importanza”. Al momento dello scoppio del conflitto con la Francia, nel giugno del 1940, le opere difensive del Colle d'Abries erano senza impianti interni, senza armamenti e di conseguenza non presidiate dai soldati. A settembre risultavano quasi completate le opere 2, 3 e 6, l’opera 4 era invece ancora in costruzione, mentre delle opere 5, 7 e 8 erano appena iniziati gli scavi. Risultavano in corso anche i lavori per il ricovero VIII (Gran Guglia), mentre erano terminati il ricovero I e la mulattiera che saliva da Pian Littorio passando dai Piani di San Giacomo, compresa la diramazione per Punta Cerisira.

Tutte queste opere non si sono salvate dalle regole imposte dal Trattato di pace del 1947 e sono state fatte saltare nel 1948, tanto che attualmente risulta in alcuni casi addirittura difficile la loro rilevazione sul terreno. I segnali che possono aiutare l'escursionista, che risale il sentiero verso il Colle d'Abries o il rifugio del Lago Verde, a individuare i blocchi frantumati delle opere difensive della zona, sono il filo spinato abbandonato sul terreno nelle vicinanze dei bunker e le piastre metalliche delle feritoie per le mitragliatrici, scagliate a parecchi metri di distanza in seguito all'esplosione distruttiva.



L’opera 3 si trova a nord-est del Colle d’Abries, a quota 2.450 m, a destra della pista per il Lago Verde poco dopo il guado sul torrente. La sua individuazione è facilitata dalla presenza di materiale roccioso di scavo sparso lungo il versante, e di grossi blocchi di cemento frantumati nel pianoro sovrastante, dove si trovano anche una piccola vasca e alcune piazzole. Era dotata di tre armi con il compito di battere il terreno compreso fra il Colle d’Abries e il fondovalle. L’ingresso, molto difficoltoso e decisamente sconsigliato, è possibile attraverso i resti di una postazione per arma. All’interno, una lunga scala (di cui si sono conservati i corrimano in legno!) scende nelle viscere della montagna, per poi dividersi in vari corridoi, tutti rivestiti di cemento e ingombri di rottami metallici. Nelle vicinanze di uno dei vecchi ingressi sono visibili i resti di un piccolo ricovero (di cui non si rinvengono denominazioni nelle fonti documentali o bibliografiche e che, nella cartografia del Progetto dell’Atlante delle Opere Fortificate, è stato denominato B2), posto al riparo di una sporgenza rocciosa.

Se si segue il sentiero che porta al Colle d’Abries Vecchio, circa 600 metri sotto il valico ci si imbatte in un’altro ricovero (B1), di dimensioni maggiori rispetto al precedente, posto in posizione dominante sul fondovalle: di forma rettangolare, aveva alcune feritoie sulle pareti di pietra e presenta ancora resti dei ferri che sostenevano il tetto, ormai crollato come parte dei muri perimetrali. Risale probabilmente alla fine dell’800 o ai primi anni del ‘900. Nei pressi si trovano alcune piazzole e postazioni all’aperto, i resti di una linea di filo spinato e i monconi di diversi tralicci, segno che probabilmente vi era una linea di comunicazione che collegava questa zona al fondovalle.

Circa 500 metri a nord-est del Colle d’Abries Vecchio, ai piedi delle pareti rocciose che scendono dalla Punta Rasin, si trovano i resti dell’opera 2, realizzata in caverna e dotata di due armi con il compito di battere il valico con la Francia. I blocchi esterni sono stati sbriciolati con la demolizione e risultano quasi completamente coperti dai detriti rocciosi che cadono dal versante superiore. Giunti al Colle d’Abries Vecchio si scorgono, addossati alle rocce sulla destra, i resti di un appostamento (denominato P25 dallo scrivente) che, oltre a essere protetto da muri di pietra, sfrutta alcuni scavi realizzati nella parete rocciosa retrostante: probabilmente si tratta di lavori effettuati per l’opera 1, che una carta militare del 1940 indica da costruire in questa zona. Seguendo la cresta verso sud, si notano sul versante italiano alcune piazzole, una postazione all’aperto (P24) e una trincea a “L” ancora ben conservata. Più avanti, sul lato francese, si rinvengono numerose putrelle, travi e piastre in ferro, mischiate a detriti rocciosi, forse i resti di una postazione coperta avanzata.

L’opera 6 è situata su una specie di “prua” rocciosa a sud-est del Colle d'Abries, sulla dorsale che divide tale valico dal Colle di Valpreveyre. Realizzata completamente in caverna, disponeva di tre armi in casamatta per battere il crinale di confine e la conca del Lago Verde. La sua individuazione non è semplice: occorre notare alcuni grossi blocchi di cemento e piastre metalliche sparsi lungo il versante che scende dal Colle d’Abries, come conseguenza della demolizione avvenuta dopo la guerra. L’accesso alle parti sotterranee, che risulta attualmente difficoltoso (e anche pericoloso), può avvenire dal versante opposto, attraverso una fenditura posta ai piedi di una parete rocciosa. Dopo una rischiosa discesa lungo un tunnel pieno di detriti, si raggiunge uno stanzone con diversi vani, resti di ferri e di un lavandino. Fuori, appena a valle della struttura, si trovano i resti di alcune baracche e di una piccola vasca di forma cubica per la raccolta dell’acqua piovana.



Salendo verso il Colle di Valpreveyre, si possono notare lungo il sentiero i resti di varie piazzole, ricoveri, postazioni e terrazzamenti (B8, B9, B10) con muri di sostegno in pietra, mentre arrivando nei pressi del valico sono individuabili altre piazzole (B7), poste in posizione riparata appena al di sotto dello spartiacque sul lato italiano. Giunti sulla linea di confine con la Francia, a nord, tra il Colle di Valpreveyre e quello di Abries, si trovano una serie di postazioni allo scoperto (P23), realizzate in posizione dominante con semplici muretti a secco, oltre a matasse di filo spinato. A sud, resti di altri appostamenti e piccoli trinceramenti (P20, P21, P22) sempre in pietra a secco, che proseguono lungo il crinale verso il Passo Bucie.

Praticamente di fronte all’opera 3, in un pianoro sul versante opposto, si trovano i resti dell’opera 4, che era realizzata quasi completamente fuori terra; si possono quindi apprezzare la pianta della struttura, di forma quadrata, e lo spessore dei muri di cemento di cui era composta. Essa era dotata di tre armi e di condotto per il fotofono, per permettere le comunicazioni con le altre opere circostanti. Nei pressi dell’opera 4 si trovano numerosi scavi, terrazzamenti, postazioni all’aperto (P2, P3) e una baracca (B3) con quel che rimane di una cucina. Poco più a monte, lungo il sentiero per il Lago Verde, si trovano tre piccoli appostamenti allo scoperto, collegati tra loro da una trincea (P4), mentre sul terreno circostante è possibile rinvenire grandi quantità di filo spinato, oltre a piastre metalliche e altri ferri vari, più o meno contorti, che emergono tra l’erba e le rocce. Anche l’attuale Rifugio “Severino Bessone” nei pressi del Lago Verde era un tempo un piccolo ricovero militare, realizzato probabilmente tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 per il controllo della frontiera, come le strutture del Col d’Abries Vecchio e del Fontanone. Nel 1925 i servizi segreti francesi rilevavano che l’edificio, un semplice monolocale con tetto a due falde, era stato sistemato dagli alpini del 3° reggimento. La struttura venne recuperata tra il 1967 e il 1968 dal CAI Val Germanasca che realizzò un bivacco, successivamente ampliato e trasformato in un vero e proprio rifugio negli anni ’70, poi nuovamente ingrandito negli anni ’80, e infine completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2010.


Tutto il crinale a nord del rifugio che, scendendo a ovest della Gran Guglia, “racchiude” la conca del Lago Verde, è letteralmente costellato di postazioni allo scoperto (ce ne sono almeno nove), realizzate con semplici muretti a secco, oltre ad alcune piazzole e resti di baracche situate in posizioni riparate in avvallamenti dietro il versante. Si tratta di appostamenti che disponevano di un’ottima visuale e campo di tiro aperto su eventuali truppe che avessero cercato di oltrepassare il confine. Alcune (come la P7 e la P5) sono più strutturate, con muraglie e feritoie per le armi, altre sono semplici ripari sul terreno, schermati da un po’ di pietre sovrapposte alla bell’e meglio. Poco al di sotto della postazione P5, si rinviene anche un cumulo di detriti derivanti dagli scavi per l’opera 7, iniziata nel 1939 ma mai completata. Nessuna traccia si è invece rilevata dell’opera 8, che avrebbe dovuto sorgere alle pendici ovest della Gran Guglia, i cui scavi venivano indicati come “iniziati” nel 1940; così come dell’opera 5, anch’essa teoricamente già in costruzione lungo il sentiero per il Colle d’Abries, tra le opere 3 e 6.

Al Colletto della Gran Guglia si trovano un appostamento (P17) in pietra a secco e, sul lato opposto, il ricovero VIII, realizzato in cemento armato e ancora in buone condizioni: strutturato su due piani, è dotato di un corridoio che ne percorre tutta la lunghezza dal lato verso la montagna, con lo scopo di creare un’intercapedine tra il terreno e l’edificio per migliorarne la salubrità. Poteva ospitare 20 soldati. A fianco della casermetta si trovano le latrine, mentre se si prosegue lungo un sentiero (oggi in buona parte franato) che costeggia la parete rocciosa verso sud si raggiunge un osservatorio all’aperto (P18), posto proprio sulla cresta con vista dominante su tutta la conca del Lago Verde. Il sentiero continuava fino alla dorsale con la Val Pellice, dove già le carte di inizio ‘900 indicavano la presenza di una “vedetta diroccata”. In questa zona vennero previste varie opere tipo 15000 per rinforzare il caposaldo: l’opera 8/a, di media grandezza dotata di tre armi, e le opere piccole 8/b e 8/c (quest’ultima presso il Buciret). Scendendo lungo la mulattiera verso il Colletto Viafiorcia, su uno sperone da cui si vede il fondovalle fino a Bout du Col si trova un traliccio metallico che regge una campana, utilizzata durante la guerra per segnalare l'arrivo degli aerei, che oggi è dedicata ai caduti della Giovane Montagna. Più in basso, sulla sinistra appena dopo il bivio con il sentiero per il Baraccone di San Giacomo, si incontra una postazione all’aperto (P19).

La linea difensiva del caposaldo era completata dal ricovero I per 40 uomini, posto in posizione riparata contro lo sperone roccioso che scende dalla Gran Guglia a nord-ovest. Tale struttura, conosciuta localmente con il nome di “Arsenale”, era formata da una parte in caverna a forma di “U” (ancora accessibile), destinata al ricovero dei soldati, e una parte frontale (oggi completamente crollata) dove erano sistemati i servizi più indispensabili quali la cucina, il deposito viveri e acqua, il ripostiglio della legna, le latrine, il lavatoio e un locale magazzino. Per favorire la naturale ventilazione del ricovero, l'imbocco in galleria era posto a differente quota, pertanto il pavimento ha una pendenza verso il punto più basso del 4%. Ma il giudizio dell'Ispettore del Genio fu molto critico: “La pianta dell'opera non é felice sia nei riguardi della ventilazione, sia per quelli dell'adattamento al terreno. Sarebbe stato preferibile sviluppare la casermetta in senso longitudinale, dando alle camerate aria e luce diretta: per la salubrità dei dormitori era conveniente altresì prevedere un'intercapedine. Il ricovero era probabilmente collegato a Pian Littorio con una teleferica, utilizzata per portare in quota materiale, di cui restano ancora oggi due basamenti in cemento nei pressi del guado con cui la pista sterrata attraversa il torrente, tra le opere 3 e 4. Nei dintorni del ricovero, in posizione dominante sulla strada che sale da Bout du Col, si trova una postazione allo scoperto (P14), oltre ad alcuni resti di baracche e piazzole (B5).


Nella piccola conca a nord-est dell’“Arsenale”, più arretrata rispetto al confine, si trovano numerosi terrazzamenti e piazzole, posti in un pianoro riparato: qui una carta del 1939 individuava la presenza di una batteria di due mortai da 81. Sulle alture circostanti a nord vi sono alcuni appostamenti all’aperto (P15, P16), composti da semplici avvallamenti nel terreno protetti da muretti a secco; leggermente più a est, sulla cresta che sovrasta la zona di Pian Littorio si trova invece un grande scavo circolare destinato all’opera 9. Ma le strutture più interessanti sono una serie di postazioni coperte, dotate di feritoie e collegate tra loro da un trinceramento anch’esso coperto, con il compito di battere la strada che scende verso il fondovalle. La copertura era sorretta da travi in ferro e legno e poi rivestita di terra, mentre le murature erano realizzate con pietre e sacchi di cemento. Una delle postazioni è ancora completamente integra e accessibile, compreso il basamento per mitragliatrice, mentre le altre e la trincea sono quasi interamente crollate. In questa zona, secondo i progetti dei militari, sarebbe dovuta sorgere l’opera 10: è possibile che si sia deciso di sostituire il bunker con queste strutture, decisamente più semplici ed economiche.

 
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Vallo Alpino: Caposaldo Abries (Prali)

Vallo Alpino: il Caposaldo Bout du Col (Prali)



Il Caposaldo "Bout du Col" fu realizzato nel 1939 ed era formato da sette opere tipo 7000 in monoblocco, armate ciascuna con una mitragliatrice, ancora tutte ben conservate e facilmente accessibili: tre si trovano nei pressi del lago, due in località Clot di Roccias e altre due nel Vallone delle Miniere. Il compito di questa linea del 2° sistema difensivo era quello di fermare eventuali infiltrazioni che fossero riuscite a superare la linea del Col d'Abries. Nel 1940 lo sbarramento venne reputato “debole ed aggirabile”, per cui furono previsti vari lavori di adeguamento, tra cui la costruzione di 3 opere medie tipo 15000 in caverna e un osservatorio a Punta Cianagli, per un costo totale di 10.767.000 lire. Due di queste (16/a e 18/a) furono iniziate ma mai completate, mentre della terza (13/a) non si sono per ora rilevate tracce.
Il pianoro di Bout du Col era collegato con una grossa teleferica militare alla località Fréiboujo, che fu ridenominata “Pian Littorio” durante il ventennio fascista, da dove poi si potevano raggiungere le postazioni più avanzate. La stazione di partenza, situata tra l’attuale bergeria e il lago, è completamente scomparsa e si possono solo più scorgere alcuni tracce di muri affioranti dal terreno, mentre sono ancora ben visibili alcuni basamenti dei cavalletti della teleferica, sia sul bordo del lago che nei prati più a monte. La struttura era azionata ad acqua: un acquedotto a monte di Fréiboujo trasportava l'acqua alla stazione di arrivo della teleferica, dove veniva messa nelle benne discendenti che per gravità scendevano a valle, consentendo di far risalire un peso corrispondente. Benché fosse ufficialmente definita una teleferica “portaferiti”, che avrebbe dovuto servire a evacuare rapidamente i feriti in caso di combattimento in zona, non risulta sia mai stata utilizzata per tale scopo, mentre è stata invece usata per portare a valle militari vittime di assideramenti e, continuamente, per portare in quota uomini, armi e materiali anche per costruire le altre strutture in quota che compongono il Caposaldo Abries.

Come prima accennato, nelle vicinanze del lago di Bout du Col si trovano tre bunker: l’opera 17 è ubicata appena a sud-ovest dello specchio d’acqua, individuabile come una collinetta che emerge dal terreno pianeggiante: il bunker è infatti parzialmente infossato ed è stato ricoperto di terra, al fine di ridurne la visibilità. La struttura, in ottimo stato di conservazione, è accessibile in quanto il muro che era stato fatto per impedirne l’ingresso è parzialmente crollato. L’interno, composto di tre locali, è completamente dipinto di bianco, e vi si trova una postazione per mitragliatrice che batte, quasi rasoterra, in direzione sud.
L’opera 16 si trova invece poco sopra alla cascatella che alimenta il lago, a sinistra della strada che sale verso il Lago Verde. Nei pressi vi è la presa di un piccolo acquedotto. La struttura è mimetizzata con un rivestimento in pietre e zolle, come i bunker dello sbarramento arretrato di Perrero. All’interno si trova la postazione per mitragliatrice e un condotto per un fotofono che permetteva il collegamento con l'opera 17.
Salendo in mezzo al bosco a monte dell’opera 16 troviamo l’opera 14, che ne è praticamente gemella sia esternamente che internamente, salvo il fatto che questa ha due postazioni per mitragliatrici anziché una. E’ inoltre presente il condotto della fotofonica per comunicare con l'opera 18 in località Clot di Roccias, che si trova all’incirca alla stessa quota. Nei progetti originari era prevista anche un’altra opera, la n. 15, in posizione più avanzata, che però non fu mai realizzata, preferendo in compenso spostare leggermente più a monte l’opera 16.




A nord del lago di Bout du Col, al limitare del bosco che risale le pendici del Bric del Serre, si trovano gli scavi dell’opera 16/a. L’accesso avviene scendendo lungo un tunnel in cui bisogna fare molta attenzione, in quanto la scala di legno presente non fornisce molte garanzie di solidità. La struttura è stata solo abbozzata, infatti è scavata interamente nella roccia senza alcun rivestimento e il tunnel si esaurisce dopo poche decine di metri. Concepita come un’opera media resistente ai medi calibri, dotata di due armi e di scorte di viveri e acqua per 15 giorni, poteva accogliere più di 120 uomini tra soldati e ufficiali. 
L’opera 13/a, che presentava le stesse caratteristiche della precedente ma poteva ospitare solo 60 soldati più gli ufficiali, avrebbe dovuto essere realizzata nei pressi di Punta Cianagli, tra Bout du Col e il Vallone delle Miniere. Era inoltre previsto un osservatorio in calcestruzzo accessibile mediante una rampa elicoidale e, all’esterno, una cucina e le latrine. 
L’opera 18/a, che avrebbe dovuto ospitare anche il comando del caposaldo, è quella che è stata portata a uno stadio di avanzamento maggiore. L’accesso alla struttura si trova nelle vicinanze del Germanasca, in prossimità del sentiero che sale a Roccias. Si entra in sotterraneo attraverso 3 ingressi: due sullo stesso piano e uno più in alto. Sono collegati da una galleria non armata in roccia che corre grosso modo parallela al versante della montagna. A un estremo si trasforma in una grande galleria in cemento con volta a botte e altezza/larghezza di 4/5 metri, fatta a “L” con il lato corto verso l’esterno. Verso il fondo del lato lungo c’è un’apertura che accede a una discenderia; verificando solo dall’esterno, sembra che uscisse alcune decine di metri più in basso vicino al Germanasca, attraverso un’apertura che adesso risulta crollata. All’esterno non si notano resti di altre strutture, ad eccezione di alcuni basamenti che verosimilmente erano di una teleferica, in prossimità dei quali è riconoscibile un affossamento del terreno che potrebbe essere dovuto a un cedimento della galleria sottostante, oppure essere quanto resta di un vecchio accesso.

A monte dell’opera 18/a, sul pianoro denominato Clot di Roccias si trovano altri due bunker serie 7000, posizionati sui due lati del sentiero che da Bout du Col sale verso il Col d’Abries passando sulla sinistra orografica della valle: l’opera 18 si trova a sinistra del sentiero, l’opera 19 a destra. Le due strutture sono praticamente identiche tra loro e sono realizzate in modo molto simile all’opera 17, ovvero parzialmente interrate e ricoperte di terreno in modo da sembrare delle collinette. Dotate entrambe di una postazione per mitragliatrice per battere il sentiero in direzione del confine, l’opera 18 era anche predisposta per ospitare una fotofonica di collegamento con l’opera 14, oltre che con la vicina n. 19.
Completano il caposaldo due piccoli bunker situati all'imbocco del Vallone delle Miniere, che si sviluppa a est di Bout du Col.  Essi sbarrano il passaggio sulla mulattiera che risale l'intero vallone in direzione del confine, la quale un tempo poteva avere una relativa importanza in quanto la presenza di ricerche minerarie aveva richiesto la costruzione di una via di accesso molto comoda, almeno per gli standard dell'epoca. L’opera 12 si trova sulla destra orografica poco sopra il sentiero, nel punto in cui questo esce dal bosco e si apre un pianoro erboso; non è facilissima da individuare in quanto è realizzata quasi completamente interrata. All’interno, oltre ad alcuni attrezzi lasciati dai pastori locali, si trova una postazione per mitragliatrice rivolta verso il sentiero. L’opera 13 è situata sull'altro versante, ma a quota maggiore: per accedervi occorre salire in mezzo al bosco in direzione nord. Gemello del precedente, questo bunker è ancor meno visibile in quanto completamente ricoperto di zolle erbose. Per entrare bisogna scendere una scala, che porta alla stanza dove si trovava l’arma. Le due opere comunicavano per mezzo di un fotofono, nonostante oggi sembri impossibile, vista la folta vegetazione circostante.

A Bout du Col vi sono inoltre due ricoveri per le truppe: il primo, ancora in discrete condizioni, risale probabilmente alla fine dell’800, ed è ben visibile a destra della strada che sale da Ribba, appena finisce la salita. Di forma quadrangolare, è realizzato in pietra e intonacata, il tetto è ancora quasi completamente integro; le finestre e la porta d’ingresso sono parzialmente murate. L’altro, costruito tra il 1938 e il 1939, si trova sulla sinistra al riparo della cresta, più o meno alla stessa quota ma nascosto dalla vegetazione. L’edificio ha un solo piano diviso in tre vani e pianta rettangolare, con un muro di contenimento che lo separa del terreno retrostante. Il rivestimento esterno in cemento sta collassando, e attualmente mancano sia il tetto che gli infissi. Questa struttura era utilizzata anche come deposito di materiali e munizioni per la 341° batteria di Ribba, dotata di pezzi da 100/17, che in una cartografia del 1940 è posizionata sul filo di cresta che sale a sinistra della strada arrivando a Bout du Col, dove in effetti sono ancora rilevabili i resti di alcune piazzole.  



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Vallo Alpino: Caposaldo Bout du Col (Prali)