martedì 4 aprile 2023

I trinceramenti del Colle del Besso (Pinasca)



Il Colle del Besso si trova tra il Monte Paletto e il Monte Cristetto e, a 1500 di altitudine, collega il vallone del Grandubbione con la Val Sangone. Ancora oggi sono visibili le linee di trinceramento che sbarrano il colle, resti delle opere di difesa edificati dai francesi del Catinat nel 1692. Tali trinceramenti, oltre che dal Catinat, furono riutilizzati anche dal maresciallo La Feuillade che nel 1704 scenderà la Val Chisone alla testa delle sue truppe. Ulteriori tracce di trinceramenti collegati a quest’opera sono ancora visibili sui vicini Colle della Gianna, Colletto dell’Aquila, Colletto Sperina, sul Monte Muret e sul Colle Ceresera, nonché a Pralabbà.

Barricate e trinceramenti a Pramollo

 

1)   Le barricate di Pramollo

Les barricades font partie intégrante d’un défilé qui barres l’accès au vallon de pramol. Les lignes naturelles de défense, situées depart et d’autre du Russillard, comprenaient trois éléments: d’abord un alignement d’avant-postes, qui devait déjà engager et, si possibile, arrêter et repousser les assaillants; ensuite una tranchée naturelle profonde, formées par une combe au versant relevé et accidenté du côté des défenseurs; enfin la ligne de résistance qui se trouvait par conséquent en position dominante. Du côté de l’andret, en partant du Bric des Pins, les avant-postes suivaient l’alignement: les Brières et les Barrières. A proximité se trouve le profond sillon naturel dont on a parlé, qui débouche juste en aval des barricades. En retrait se trouvait la ligne de résistance, jalonnée par les points d’appui de Saret Roland et des deux villages des Gardes (d’amont et d’aval). En raison de leur position dominante, ces deux derniers abritaient aussi, comme leur nom, lâ Garda, indique, des postes de guet. Du côté de l’ubac, en partant du sommet de la Bufa, un vallon très profonde, la Bruta Coumba, descend en pente raide jusq’au Roussilard, en direction des barricades. Cette combe est limitée par deux contreforts, qui formaient deux lignes de défenses successives.[1]”. Così pregevolmente descritta, la struttura delle barricate di Pramollo, v’è da precisare come le stesse risalgano ai conflitti religiosi di fine ‘500; tali barricate, infatti, in più occasioni furono utilizzate a scopo difensivo, con successo, dai valdesi nei confronti delle spedizioni prima francesi e poi sabaude. Tali difese cadranno, tuttavia, nel 1686 in occasione della massiccia campagna anti-valdese delle truppe francesi e piemontesi congiunte. I valdesi, tuttavia, ritiratisi nei trinceramenti più a monte, riusciranno a resistere e addirittura a contrattaccare le milizie francesi causando parecchi morti fra questi ultimi.

2)  


I triceramenti del Chatlèt (Pramollo)

La presenza di queste opere difensive sul crestone prospicente la pianura pinerolese nelle vicinanze del Colle della Vaccera, è testimoniata da alcuni disegni[2] effettuati, a metà del ‘600, da un ufficiale francese. Anche in questo caso di tratta di opere piccole e non più visibili, le quali vennero attaccate nell’aprile del 1686 dalle truppe sabaude durante le operazioni militari contro i valdesi.



[1] Durand A, Le vallon de Pramol et ses événements militaires pendant les siècles passés, in La Valaddo, n°1 – marzo 2005, p.16.

[2] Peyronel E., Usseglio B., Di qui non si passa! …Forse, Alzani Editore, 2015, p. 207.

Poggio Oddone (Perosa Argentina)

Il centro di Perosa viene citato per la prima volta (in quanto Petrosa e Podium Odonis, oggi “Perosa Alta”) in un documento del 1064, con il quale la contessa Adelaide concedeva i diritti di sovranità feudale e di proprietà fondiaria di tale territorio all’abbazia benedettina di S. Maria di Pinerolo.

Il piccolo villaggio era guardato da un castello e nel suo centro, già allora intitolata a S. Genesio, vi sorgeva la chiesa, retta da un benedettino dell’abbazia di Pinerolo.

Alla morte di Adelaide, scoppiarono dissidi tra grandi feudatari, abbazie e monasteri della regione subalpina. Ne approfittò Tommaso I di Savoia per rientrare in possesso degli antichi dominii della famiglia, compresa Pinerolo di cui fu acclamato signore. Il popolo, da parte sua, rivendicava le prime libertà comunali e prendevano consistenza forme di dissidenza religiosa e di protesta ereticale.

Alla fine del XIII secolo la presenza valdese nelle nostre valli doveva costituire un fatto tutt’altro che trascurabile, se nel 1297 si decise di inviare a Perosa un inquisitore. Minacce, multe, confische di beni, torture non diedero tuttavia i risultati sperati; tanto che, novant’anni dopo, nel 1387, l’inquisitore Antonio di Settimo lamentava che molti abitanti del luogo non solo aderivano all’eresia ma addirittura la diffondevano nelle valli vicine.

In questo periodo (1301-1418) i principi d’Acaja, ramo cadetto dei Savoia, con le armi e con i matrimoni estesero il loro dominio su quasi tutto il Piemonte, facendo di Pinerolo la capitale del loro Stato.

Perosa aveva ottenuto nel corso del XII secolo di organizzarsi in comune rurale sotto la sovranità dell’abate di S. Maria. Gli Acaja confermarono gli statuti e le antiche consuetudini, e nel 1420 Amedeo VIII, primo duca di Savoia, aumentò considerevolmente tali franchigie e privilegi.

Ma, tormentata terra di confine, oggetto di continua contesa fra Delfini e Savoia fin dalla morte di Adelaide, la valle subirà soprattutto nel corso del XVI, XVII e XVIII secolo le tragiche conseguenze della rivalità franco-sabauda e le popolazioni del luogo pagheranno a carissimo prezzo, in migliaia di vite umane, falcidiate da guerre, pestilenze e miseria, le ciniche scelte della politica internazionale.

Andirivieni di eserciti, alternanza di divise e di signori; trentotto anni di dominazione francese ad opera di Francesco I e trionfale ingresso a Pinerolo di Emanuele Filiberto, il 1° gennaio 1575; l’insediamento in valle delle missioni cappuccine, allo scopo di porre un argine al diffondersi della religione riformata, con il seguito delle persecuzioni di Carlo Emanuele I nei confronti della popolazione valdese, relegata sulle terre alla destra del Chisone e costretta, in parte, all’emigrazione in paesi lontani (con la conseguente nascita in Germania del villaggio di Perouse, nel comune di Rutesheim): questo il drammatico quadro della complessa situazione che segna questa contrada tra il XVI e il XVII secolo.

Ricostruzione della pianta di Poggio Oddone

Nel corso di tanto tumultuose vicende, Perosa venne assediata per ben due volte dalle truppe francesi: nel 1592 dal Lesdiguières, sceso in valle per rintuzzare gli ambiziosi tentativi sabaudi di occupazione della val Pragelato (appartenente alla Francia fino al Bec Dauphin, quale eredità dei Delfini), e nel 1630 dal cardinale di Richelieu in persona, deciso ad impadronirsi del Monferrato e a contrastare le pretese dinastiche di Carlo Emanuele I su quelle terre.

Son altri settant’anni circa di dominazione francese, la seconda, durante la quale la valle ebbe modo di accogliere nuovi illustri ospiti: il Vauban, architetto di Luigi XIV, che fece di Pinerolo una delle più potenti piazzeforti d’Italia; D’Artagnan, il famoso moschettiere, che scortò alla cittadella di Pinerolo il sovrintendente alle finanze del Re Sole, Nicola Fouquet, accusato di malversazione e ribellione; la famosa quanto misteriosa Maschera di ferro e da ultimo il famigerato maresciallo Catinat.

A questo proposito va ricordato che nel 1665, necessitando la fortezza di Pinerolo di urgenti riparazioni, il Fouquet fu trasferito per un intero anno al forte di Perosa (edificato dai Savoia nel 1628 sulla spianata di Ciampiano).

Oggetto di particolarissima attenzione in pace e in guerra per la loro posizione strategica, le fortificazioni perosine furono inevitabilmente segnate da alterna fortuna.

Oggi rimangono pochi resti di tale opera in quanto, nel 1696, con la restituzione di Perosa ai Savoia, i francesi posero la condizione che ne venisse completamente demolita la cittadella.

La stessa sorte era toccata nel 1601 al forte di S. Giovanni, geniale opera di Ascanio Vittozzi, fatto costruire appena quattro anni prima sul roccione di Bec Dauphin, l’antico confine tra Delfini e Savoia (il restante rudere faceva parte di una ridotta francese del 1631).

Il castrum Podii Odonis (come detto, in onore di Oddone di Savoia, marito della Contessa Adelaide) esisteva già intorno al 1200, in base ad alcuni documenti[1] in cui vengono citati i conti della castellania di Perosa. Esso costituiva una linea di sbarramento concepita soprattutto per contenere l’avanzata dei Delfini di Vienne. Nel 1246 l’Abate Alboino cede al conte Amedeo IV di Savoia i diritti sul castello. Il castello viene poi rinforzato durante la dominazione francese del 1536-1574. In questo periodo la struttura appare molto semplice: una sorta di ibrido tra un castello tardo medievale con alcune parti (in particolare la cinta muraria esterna e una delle torri) rispondenti ai criteri costruttivi delle cosiddette “fortificazioni alla moderna”: “l’opera principale è formata da una struttura a forma di trapezio rettangolo capovolto […] il muro perimetrale è discretamente robusto, con uno spessore di metri 1,30, non adatto comunque a sopportare i tiri dell’artiglieria. La cortina rivolta verso Nord, lunga meno di 20 metri, senza aperture verso l’esterno e con alle spalle un ampio locale, congiunge due torri angolari cilindriche, con un diametro esterno di quasi sette metri e mezzo; […] La torre a Nord Est è dotata di tre feritoie, due delle quali consentono il controllo radente delle cortine e la terza è rivolta verso l’esterno; l’accesso avviene dal locale citato in precedenza tramite una scala. Stesse dimensioni è caratteristiche ha la torre di Nord ovest, ma la scala di accesso parte dal cortile interno. La cortina Est […] collega la torre Nord Est ad un torrione squadrato e presenta tre aperture atte ad ospitare l’artiglieria leggera. Il torrione di Sud Est, concepito e realizzato in tempi più recenti dopo la comparsa delle artiglierie, è dotato di due bocche per ami da fuoco. […] all’interno della fortificazione, è presente una torre cilindrica di notevoli dimensioni (il diametro è di tre trabucchi (circa 9 metri), con mura spesse oltre due metri; l’accesso avviene da Sud. […] l’opera è protetta da una recinzione pentagonale esterna […] rinforzata agli angoli da quattro torrette di forma esagonale. […] Verso Nord risulta presente un discreto fossato che taglia perpendicolarmente il crestone che risale verso la borgata Forte.”[2]   

I primi cenni di cedimento della struttura hanno luogo a cavallo tra il 1590 e il 1591 quando il maltempo cagiona alcune frane che rovinano parte delle recinzioni delle cortine esterne; la demolizione del castello risale al 1593 quando le truppe francesi, guidate dal Lesdiguières, assediano e conquistano, nella notte tra il 26 e il 27 settembre, il borgo e la struttura comandato da Francesco Cacherano. “Nel 2002, durante alcuni lavori di posa di un traliccio nella zona dominata dal faro della libertà, sono riemersi i resti di una delle torri rotonde che probabilmente facevano parte dell'antico Castello di Poggio Oddone. La tipica base rotonda situa tali resti ad un periodo antecedente il XVI secolo. Tale area è ora sottoposta a vincolo dei beni culturali ed è destinata ad ospitare un campo scuola di scavo archeologico”[3].



[1] In particolare, un documento del 2 agosto 1233 e un altro del 31 gennaio 1246. Peyronel E., Usseglio B., Di qui non si passa! …Forse, Alzani Editore, 2015, p. 37.

[2] Ibidem, p. 43

sabato 29 ottobre 2022

Castelli d'OC

Un territorio ricco di storia e strettamente legato alle valli pinerolesi. Venite a scoprire con noi l'Occitania, la sua lingua, la sua cultura e...i suoi Castelli! http://atlante-operefortificate.blogspot.com/p/castelli-doc.html *** Progetto finanziato ai sensi della L. 482/99 per la tutela e la valorizzazione delle lingue storiche minoritarie.

mercoledì 5 ottobre 2022

La batteria dello Chaberton (Monginevro – FR)

 

La batteria dello Chaberton costituisce, senza dubbio, una delle opere più caratteristiche e peculiari nell’ambito delle fortificazioni delle nostre valli.


Come per le ultime opere descritte, la progettazione della fortificazione risale a fine dell’800, quando, nell'ambito della Triplice Alleanza, l'Italia perseguiva un piano di miglioramento del sistema di opere sul confine con la Francia. La vetta dello Chaberton fu scelta per la sua posizione strategica, per la sua inaccessibilità e per l'impossibilità di essere colpita con le armi a tiro curvo dell'epoca. Ciò spiega la realizzazione di batterie sopraelevate con cannoni piazzati in torrette rotanti e senza protezione. Questo sarà un drastico deficit allorché i mortai francesi nella Seconda Guerra Mondiale bersaglieranno la batteria. Il progetto fu quello di un'opera autonoma ad azione lontana, ovvero con il fine di bombardare postazioni militari anche a notevole distanza in territorio straniero. Ciò determina come lo Chaberton sia una fortificazione atipica, in quanto alla finalità di difesa aggiungeva anche una propensione offensiva in territorio straniero.

La costruzione iniziò nel 1898, con la realizzazione della strada che univa Fenils alla vetta del monte. I lavori, sotto la guida del maggiore del Genio Luigi Pollari Maglietta, si conclusero nel 1910, e videro la batteria armata con 8 cannoni da 149/35 in torrette corazzate.
Durante la prima guerra mondiale la batteria fu disarmata, ed i cannoni utilizzati sul fronte orientale; in questo periodo non vi fu alcun presidio dell’opera.

In seguito, l’evoluzione degli armamenti aveva reso il forte vulnerabile al tiro dei mortai. Per migliorare la situazione, negli anni trenta partì la ristrutturazione della batteria, finalizzata a portare gran parte delle difese in caverna. Nel quadro del Vallo Alpino vennero inoltre realizzati il centro in caverna del Colle dello Chaberton e la Batteria B14 del Petit Vallon.

Il 10 giugno 1940, con la dichiarazione di guerra alla Francia, la batteria divenne attiva per la prima volta: venne utilizzata per bombardare obiettivi militari francesi, senza peraltro causare grandi danni (nel vicino forte francese dello Janus è visibile una torretta di avvistamento corazzata lievemente scalfita, ma non perforata, da una delle granate da 149 dello Chaberton). La mattina


del 21 giugno 1940, i Francesi cominciarono a bombardare con quattro mortai Schneider da 280 mm siti nella località Poet Morande all’Eyrette. Il bombardamento fu poi temporaneamente sospeso per la nebbia, ma nel pomeriggio riprese, ed una volta aggiustato il tiro i mortai francesi in breve tempo misero fuori uso sei delle otto torrette della batteria, causando nove morti e cinquanta feriti, mettendo fuori uso la teleferica di servizio, e causando danni notevoli alle strutture. Il giorno seguente, continuò a fare fuoco con le due torrette residue, mentre i Francesi spararono ancora qualche colpo di mortaio, finché con l'armistizio del 25 giugno, lo Chaberton cessò l'attività.

Lasciato dopo l'8 settembre 1943, fu poi occupato da reparti della Folgore della RSI nell'autunno ’44, per poi essere definitivamente abbandonato dopo la fine del conflitto nel 1945.
Con i trattati di Parigi del 1947, l'intero monte Chaberton, e quindi anche la batteria, passarono in territorio francese e quest’ultima venne svuotata di tutte le strutture metalliche nel 1957. Nel 1987 venne chiusa al traffico anche la rotabile che congiungeva Fenils con la vetta.
Inizialmente la batteria era costituita da strutture in muratura a cielo aperto, disposte sulla vetta. Questa era stata spianata ed abbassata di 6 m per permettere la costruzione delle opere, e, sul lato italiano, fu creato un gradino roccioso alto circa 12 m, alla cui base furono realizzate le opere in muratura. La batteria si sviluppava in lunghezza lungo questo scalino; due lunghi corridoi davano accesso a diversi locali, che fungevano da camerate, magazzini, infermeria, comando,


cucine. Sul tetto sorgevano otto torri in muratura ricoperte di blocchetti di calcestruzzo, alte poco più di 7 m e con un interasse di 6 m tra di loro; sulla cima delle torri erano disposti i cannoni, raggiungibili all’interno mediante una scala a chiocciola metallica (ora rimossa). Il deposito principale delle munizioni era invece in un'opera in caverna sottostante le opere in muratura.

Il cannone delle torrette era da 149/35, ospitato in una torretta corazzata girevole, con un'armatura leggera (5 cm al massimo nella parte frontale, 2,5 cm sul tetto, 1,5 cm nelle parti posteriori), fornita dalla ditta Armstrong e nota con il nome specifico di Armstrong-montagna. La corazzatura era progettata per proteggere i serventi al pezzo (7 per ogni cannone) dalle schegge, e non da colpi diretti, in quanto all'epoca della progettazione non esisteva alcuna arma a tiro curvo in grado di raggiungere le torrette.

Nel corso degli interventi degli anni '30, le strutture di servizio furono portate in caverna. Il progetto iniziale prevedeva di portare in caverna anche gli armamenti, ma ciò non fu mai fatto, per mancanza sia di fondi che di tempo.

Oggi è possibile visitare tanto le opere a cielo aperto quanto parti delle gallerie interne. Si deve però tener conto che molte gallerie sono invase dai detriti dei bombardamenti della guerra, nonché, soprattutto per le opere in caverna, dal ghiaccio che si forma nelle stagioni invernali e che

va accumulandosi inesorabilmente di anno in anno.

Occorre, poi, menzionare le opere annesse alla batteria. Salendo dal colle dello Chaberton verso la vetta, si incontra per primo il corpo di guardia dello Chaberton. Questo è una piccola struttura in cemento posta sulla strada militare qualche tornante dopo il ricovero 2, da dove, tra l’altro si dipartono i lunghi reticolati di filo spinato tipici dell’ultimo tratto dell’ascesa alla Batteria.

Salendo verso la vetta dello Chaberton, dopo aver oltrepassato il piccolo corpo di guardia, si trova la caserma della truppa, composta da due piani, ancora parzialmente intatta. Poco oltre, appena prima della batteria è possibile vedere la caserma degli ufficiali. La struttura è ormai un rudere il cui tetto è crollato e di cui si può intravedere il piano terra.

Guardando dal colle in direzione Fenils, si noterà, poi, su un pianoro a sinistra il rudere di una caserma: il ricovero di Rocca Charnier. Lo si raggiunge percorrendo un sentiero che si stacca dalla strada che da Fenils conduce al Colle. Al km 10, arrivati al Piano dei Morti, parte un sentiero sulla destra, che risale sino al ricovero Charnier, costituito dal rudere di una costruzione di fine '800 posta su due piani, che poteva ospitare 60 uomini, 1 ufficiale e quattro quadrupedi.

Chaberton - il Forte delle Nuvole