martedì 4 aprile 2023
I trinceramenti del Colle del Besso (Pinasca)
Barricate e trinceramenti a Pramollo
1)
Le barricate di Pramollo
“Les
barricades font partie intégrante d’un défilé qui barres l’accès au vallon de
pramol. Les lignes naturelles de défense, situées depart et d’autre du
Russillard, comprenaient trois éléments: d’abord un alignement d’avant-postes,
qui devait déjà engager et, si possibile, arrêter et repousser les assaillants;
ensuite una tranchée naturelle profonde, formées par une combe au versant
relevé et accidenté du côté des défenseurs; enfin la ligne de résistance qui se
trouvait par conséquent en position dominante. Du côté de l’andret, en partant
du Bric des Pins, les avant-postes suivaient l’alignement: les Brières et les
Barrières. A proximité se trouve le profond sillon naturel dont on a parlé, qui
débouche juste en aval des barricades. En retrait se trouvait la ligne de
résistance, jalonnée par les points d’appui de Saret Roland et des deux
villages des Gardes (d’amont et d’aval). En raison de leur position dominante,
ces deux derniers abritaient aussi, comme leur nom, lâ Garda, indique, des
postes de guet. Du côté de l’ubac, en partant du sommet de la Bufa, un vallon
très profonde, la Bruta Coumba, descend en pente raide jusq’au Roussilard, en
direction des barricades. Cette combe est limitée par deux contreforts, qui
formaient deux lignes de défenses successives.[1]”.
Così pregevolmente descritta, la struttura delle barricate di Pramollo, v’è
da precisare come le stesse risalgano ai conflitti religiosi di fine ‘500; tali
barricate, infatti, in più occasioni furono utilizzate a scopo difensivo, con
successo, dai valdesi nei confronti delle spedizioni prima francesi e poi
sabaude. Tali difese cadranno, tuttavia, nel 1686 in occasione della massiccia
campagna anti-valdese delle truppe francesi e piemontesi congiunte. I valdesi,
tuttavia, ritiratisi nei trinceramenti più a monte, riusciranno a resistere e
addirittura a contrattaccare le milizie francesi causando parecchi morti fra questi
ultimi.
2)
Poggio Oddone (Perosa Argentina)
Il centro di Perosa viene citato per la prima volta (in quanto Petrosa e Podium Odonis, oggi “Perosa Alta”) in un documento del 1064, con il quale la contessa Adelaide concedeva i diritti di sovranità feudale e di proprietà fondiaria di tale territorio all’abbazia benedettina di S. Maria di Pinerolo.
Il
piccolo villaggio era guardato da un castello e nel suo centro, già allora
intitolata a S. Genesio, vi sorgeva la chiesa, retta da un benedettino
dell’abbazia di Pinerolo.
Alla
morte di Adelaide, scoppiarono dissidi tra grandi feudatari, abbazie e
monasteri della regione subalpina. Ne approfittò Tommaso I di Savoia per
rientrare in possesso degli antichi dominii della famiglia, compresa Pinerolo
di cui fu acclamato signore. Il popolo, da parte sua, rivendicava le prime
libertà comunali e prendevano consistenza forme di dissidenza religiosa e di
protesta ereticale.
Alla
fine del XIII secolo la presenza valdese nelle nostre valli doveva costituire
un fatto tutt’altro che trascurabile, se nel 1297 si decise di inviare a Perosa
un inquisitore. Minacce, multe, confische di beni, torture non diedero tuttavia
i risultati sperati; tanto che, novant’anni dopo, nel 1387, l’inquisitore
Antonio di Settimo lamentava che molti abitanti del luogo non solo aderivano
all’eresia ma addirittura la diffondevano nelle valli vicine.
In
questo periodo (1301-1418) i principi d’Acaja, ramo cadetto dei Savoia, con le
armi e con i matrimoni estesero il loro dominio su quasi tutto il Piemonte,
facendo di Pinerolo la capitale del loro Stato.
Perosa
aveva ottenuto nel corso del XII secolo di organizzarsi in comune rurale sotto
la sovranità dell’abate di S. Maria. Gli Acaja confermarono gli statuti e le
antiche consuetudini, e nel 1420 Amedeo VIII, primo duca di Savoia, aumentò
considerevolmente tali franchigie e privilegi.
Ma,
tormentata terra di confine, oggetto di continua contesa fra Delfini e Savoia
fin dalla morte di Adelaide, la valle subirà soprattutto nel corso del XVI,
XVII e XVIII secolo le tragiche conseguenze della rivalità franco-sabauda e le
popolazioni del luogo pagheranno a carissimo prezzo, in migliaia di vite umane,
falcidiate da guerre, pestilenze e miseria, le ciniche scelte della politica
internazionale.
Andirivieni
di eserciti, alternanza di divise e di signori; trentotto anni di dominazione
francese ad opera di Francesco I e trionfale ingresso a Pinerolo di Emanuele
Filiberto, il 1° gennaio 1575; l’insediamento in valle delle missioni
cappuccine, allo scopo di porre un argine al diffondersi della religione
riformata, con il seguito delle persecuzioni di Carlo Emanuele I nei confronti
della popolazione valdese, relegata sulle terre alla destra del Chisone e
costretta, in parte, all’emigrazione in paesi lontani (con la conseguente
nascita in Germania del villaggio di Perouse, nel comune di Rutesheim): questo
il drammatico quadro della complessa situazione che segna questa contrada tra
il XVI e il XVII secolo.
Ricostruzione della pianta di Poggio Oddone
Son
altri settant’anni circa di dominazione francese, la seconda, durante la quale
la valle ebbe modo di accogliere nuovi illustri ospiti: il Vauban, architetto
di Luigi XIV, che fece di Pinerolo una delle più potenti piazzeforti d’Italia;
D’Artagnan, il famoso moschettiere, che scortò alla cittadella di Pinerolo il
sovrintendente alle finanze del Re Sole, Nicola Fouquet, accusato di
malversazione e ribellione; la famosa quanto misteriosa Maschera di ferro e da
ultimo il famigerato maresciallo Catinat.
A questo
proposito va ricordato che nel 1665, necessitando la fortezza di Pinerolo di
urgenti riparazioni, il Fouquet fu trasferito per un intero anno al forte di
Perosa (edificato dai Savoia nel 1628 sulla spianata di Ciampiano).
Oggetto
di particolarissima attenzione in pace e in guerra per la loro posizione
strategica, le fortificazioni perosine furono inevitabilmente segnate da
alterna fortuna.
Oggi
rimangono pochi resti di tale opera in quanto, nel 1696, con la restituzione di
Perosa ai Savoia, i francesi posero la condizione che ne venisse completamente
demolita la cittadella.
La
stessa sorte era toccata nel 1601 al forte di S. Giovanni, geniale opera di
Ascanio Vittozzi, fatto costruire appena quattro anni prima sul roccione di Bec
Dauphin, l’antico confine tra Delfini e Savoia (il restante rudere faceva parte
di una ridotta francese del 1631).
Il castrum Podii Odonis (come detto, in onore di Oddone di
Savoia, marito della Contessa Adelaide) esisteva già intorno al 1200, in base
ad alcuni documenti[1]
in cui vengono citati i conti della castellania di Perosa. Esso costituiva una
linea di sbarramento concepita soprattutto per contenere l’avanzata dei Delfini
di Vienne. Nel 1246 l’Abate Alboino cede al conte Amedeo IV di Savoia i diritti
sul castello. Il castello viene poi rinforzato durante la dominazione francese
del 1536-1574. In questo periodo la struttura appare molto semplice: una sorta
di ibrido tra un castello tardo medievale con alcune parti (in particolare la
cinta muraria esterna e una delle torri) rispondenti ai criteri costruttivi
delle cosiddette “fortificazioni alla moderna”: “l’opera principale è formata da una struttura a forma di trapezio
rettangolo capovolto […] il muro perimetrale è discretamente robusto, con uno
spessore di metri 1,30, non adatto comunque a sopportare i tiri
dell’artiglieria. La cortina rivolta verso Nord, lunga meno di 20 metri, senza
aperture verso l’esterno e con alle spalle un ampio locale, congiunge due torri
angolari cilindriche, con un diametro esterno di quasi sette metri e mezzo; […]
La torre a Nord Est è dotata di tre feritoie, due delle quali consentono il
controllo radente delle cortine e la terza è rivolta verso l’esterno; l’accesso
avviene dal locale citato in precedenza tramite una scala. Stesse dimensioni è
caratteristiche ha la torre di Nord ovest, ma la scala di accesso parte dal
cortile interno. La cortina Est […] collega la torre Nord Est ad un torrione
squadrato e presenta tre aperture atte ad ospitare l’artiglieria leggera. Il
torrione di Sud Est, concepito e realizzato in tempi più recenti dopo la
comparsa delle artiglierie, è dotato di due bocche per ami da fuoco. […]
all’interno della fortificazione, è presente una torre cilindrica di notevoli
dimensioni (il diametro è di tre trabucchi (circa 9 metri), con mura spesse
oltre due metri; l’accesso avviene da Sud. […] l’opera è protetta da una
recinzione pentagonale esterna […] rinforzata agli angoli da quattro torrette
di forma esagonale. […] Verso Nord risulta presente un discreto fossato che
taglia perpendicolarmente il crestone che risale verso la borgata Forte.”[2]
I primi cenni di cedimento della struttura hanno luogo a cavallo
tra il 1590 e il 1591 quando il maltempo cagiona alcune frane che rovinano
parte delle recinzioni delle cortine esterne; la demolizione del castello risale
al 1593 quando le truppe francesi, guidate dal Lesdiguières, assediano e
conquistano, nella notte tra il 26 e il 27 settembre, il borgo e la struttura
comandato da Francesco Cacherano. “Nel
2002, durante alcuni lavori di posa di un traliccio nella zona dominata dal
faro della libertà, sono riemersi i resti di una delle torri rotonde che
probabilmente facevano parte dell'antico Castello di Poggio Oddone. La tipica base rotonda situa tali resti ad un periodo antecedente
il XVI secolo. Tale area è ora sottoposta a vincolo dei beni culturali ed è
destinata ad ospitare un campo scuola di scavo archeologico”[3].
sabato 29 ottobre 2022
Castelli d'OC
mercoledì 5 ottobre 2022
La batteria dello Chaberton (Monginevro – FR)
La batteria dello Chaberton costituisce, senza dubbio, una delle
opere più caratteristiche e peculiari nell’ambito delle fortificazioni delle
nostre valli.
Come per le ultime opere descritte, la progettazione della fortificazione risale a fine dell’800, quando, nell'ambito della Triplice Alleanza, l'Italia perseguiva un piano di miglioramento del sistema di opere sul confine con la Francia. La vetta dello Chaberton fu scelta per la sua posizione strategica, per la sua inaccessibilità e per l'impossibilità di essere colpita con le armi a tiro curvo dell'epoca. Ciò spiega la realizzazione di batterie sopraelevate con cannoni piazzati in torrette rotanti e senza protezione. Questo sarà un drastico deficit allorché i mortai francesi nella Seconda Guerra Mondiale bersaglieranno la batteria. Il progetto fu quello di un'opera autonoma ad azione lontana, ovvero con il fine di bombardare postazioni militari anche a notevole distanza in territorio straniero. Ciò determina come lo Chaberton sia una fortificazione atipica, in quanto alla finalità di difesa aggiungeva anche una propensione offensiva in territorio straniero.
La costruzione iniziò nel 1898, con la realizzazione della strada
che univa Fenils alla vetta del monte. I lavori, sotto la guida del maggiore
del Genio Luigi Pollari Maglietta, si conclusero nel 1910, e videro la batteria
armata con 8 cannoni da 149/35 in torrette corazzate.
Durante la prima guerra mondiale la batteria fu disarmata, ed i cannoni
utilizzati sul fronte orientale; in questo periodo non vi fu alcun presidio
dell’opera.
In seguito, l’evoluzione degli armamenti aveva reso il forte
vulnerabile al tiro dei mortai. Per migliorare la situazione, negli anni trenta
partì la ristrutturazione della batteria, finalizzata a portare gran parte
delle difese in caverna. Nel quadro del Vallo Alpino vennero inoltre realizzati
il centro in caverna del Colle dello Chaberton e la Batteria B14 del Petit
Vallon.
Il 10 giugno 1940, con la dichiarazione di guerra alla Francia, la
batteria divenne attiva per la prima volta: venne utilizzata per bombardare
obiettivi militari francesi, senza peraltro causare grandi danni (nel vicino
forte francese dello Janus è visibile una torretta di avvistamento corazzata
lievemente scalfita, ma non perforata, da una delle granate da 149 dello
Chaberton). La mattina
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Lasciato dopo l'8 settembre 1943, fu poi occupato da reparti della
Folgore della RSI nell'autunno ’44, per poi essere definitivamente abbandonato dopo
la fine del conflitto nel 1945.
Con i trattati di Parigi del 1947, l'intero monte Chaberton, e quindi anche la
batteria, passarono in territorio francese e quest’ultima venne svuotata di
tutte le strutture metalliche nel 1957. Nel 1987 venne chiusa al traffico anche
la rotabile che congiungeva Fenils con la vetta.
Inizialmente la batteria era costituita da strutture in muratura a cielo
aperto, disposte sulla vetta. Questa era stata spianata ed abbassata di 6 m per
permettere la costruzione delle opere, e, sul lato italiano, fu creato un
gradino roccioso alto circa 12 m, alla cui base furono realizzate le opere in
muratura. La batteria si sviluppava in lunghezza lungo questo scalino; due
lunghi corridoi davano accesso a diversi locali, che fungevano da camerate,
magazzini, infermeria, comando,
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Il cannone delle torrette era da 149/35, ospitato in una torretta
corazzata girevole, con un'armatura leggera (5 cm al massimo nella parte
frontale, 2,5 cm sul tetto, 1,5 cm nelle parti posteriori), fornita dalla ditta
Armstrong e nota con il nome specifico di Armstrong-montagna. La corazzatura
era progettata per proteggere i serventi al pezzo (7 per ogni cannone) dalle
schegge, e non da colpi diretti, in quanto all'epoca della progettazione non
esisteva alcuna arma a tiro curvo in grado di raggiungere le torrette.
Nel corso degli interventi degli anni '30, le strutture di
servizio furono portate in caverna. Il progetto iniziale prevedeva di portare
in caverna anche gli armamenti, ma ciò non fu mai fatto, per mancanza sia di
fondi che di tempo.
va accumulandosi inesorabilmente di anno in anno.
Occorre, poi, menzionare le opere annesse alla batteria. Salendo
dal colle dello Chaberton verso la vetta, si incontra per primo il corpo di
guardia dello Chaberton. Questo è una piccola struttura in cemento posta sulla
strada militare qualche tornante dopo il ricovero 2, da dove, tra l’altro si
dipartono i lunghi reticolati di filo spinato tipici dell’ultimo tratto
dell’ascesa alla Batteria.
Salendo verso la vetta dello Chaberton, dopo aver oltrepassato il
piccolo corpo di guardia, si trova la caserma della truppa, composta da due
piani, ancora parzialmente intatta. Poco oltre, appena prima della batteria è
possibile vedere la caserma degli ufficiali. La struttura è ormai un rudere il
cui tetto è crollato e di cui si può intravedere il piano terra.
Guardando dal colle in direzione Fenils, si noterà, poi, su un
pianoro a sinistra il rudere di una caserma: il ricovero di Rocca Charnier. Lo
si raggiunge percorrendo un sentiero che si stacca dalla strada che da Fenils
conduce al Colle. Al km 10, arrivati al Piano dei Morti, parte un sentiero
sulla destra, che risale sino al ricovero Charnier, costituito dal rudere di
una costruzione di fine '800 posta su due piani, che poteva ospitare 60 uomini,
1 ufficiale e quattro quadrupedi.